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    “Il fiore della notte” di Herbert Lieberman

    "Il fiore della notte"

    Herbert Lieberman

    Il fiore della notte (titolo originale Nightbloom) è un romanzo di Herbert Lieberman, pubblicato nel 1984.

    Nel 1979, Francis “Frank” Mooney è un detective sessantenne con alle spalle molti casi risolti.
    Cinico nella vita e nel lavoro, dirige la squadra omicidi a modo suo, come a modo suo intraprende le investigazioni.
    Vecchio conoscitore di bettole e prostitute, molte volte immischiato in partite di poker notturne, regola la sua vita in una sregolata alimentazione.
    Mooney è un ciccione di 120 chili per quasi un metro e novanta di altezza, adora il fritto, i dolci e l’alcol.
    Ma la cosa che lo inonda di un piacere inebriante sono le corse dei cavalli, le scommesse e le stelle che formano il firmamento del cielo.
       Ad aprile, la vita di Frank cambia.
    Qualcuno ha lanciato un blocco di cemento di venti chili dal tetto di un palazzo, proprio sopra la zona dei teatri, dove la folla è numerosa.
       Inizia così un’indagine difficile, nessun movente, nessun testimone se non qualche ragazzotto ubriaco e vecchi eroinomani che trovano la pace sui tetti di New York.
    Il tempo passa e si viene a capire che si tratta proprio di un serial killer, denominato Il Bombardiere, che agisce una volta all’anno, nel mese di aprile.
    Nonostante i lunghi tentativi di ricerca, Frank raccoglie pochi indizi, i suoi capi hanno ormai la pazienza al limite e, soprattutto, viene pian piano allo scoperto un personaggio bizzarro e psicotico: Watford.
       Watford è un uomo assuefatto di due cose, gli oppiacei sintetici e gli orologi antichi e preziosi che suo padre gli ha lasciato in dono.
    Tossicomane di Demerol, l’unico posto dove riesce a trovar pace è l’ospedale, rimediando con espedienti al limite del legale ricoveri su ricoveri.
       Un personaggio, Watford, che inizialmente viene avvertito come pericolo ma che, nello svolgersi della narrazione, assumerà un ruolo importante per la ricerca del Bombardiere.

    “Il fiore della notte” è un giallo scritto in modo perfetto, dove l’atmosfera è creata dai personaggi, ai quali ci si lega pagina dopo pagina.
    Herbert Lieberman gioca quasi tutto su tre figure principali: Frank Mooney, Charles Watford la signora Fritzi Baumholz.
    La razionalità del primo si scontra con le psicosi e i gesti tragicomici del secondo fino al punto in cui le strade, da parallele, diverranno una sola, unendosi.
    Fritzi Baumholz è invece la donna che Mooney incontra per caso a una corsa di cavalli.
    Cominciano una relazione sentimentale, dove padroneggia il carattere determinato e concreto della donna che darà coraggio a Frank e lo farà anche dimagrire di venticinque chili, rispolverando un fascino e un nuovo legame per la vita che sembrava perduto.

    “Il fiore della notte” descrive un periodo che parte dal 1979 e arriva al 1983.
    Lieberman è un maestro e rendere un lasso di tempo così lungo in poco piu di quattrocento pagine, tenendo a volume costante mistero, suspence e infine il colpo di scena finale.
    Tra fiori e piante rari, un potente oppiaceo che diventa “Mamma Demerol”, costellazioni visibili a occhio nudo e solstizi d’estate e inverno, Lieberman scrive un giallo con forti tinte noir ma riesce anche ad appassionare il lettore introducendo nei vapori delle notti di New York una storia d’amore semplice che approda sempre più nel raffinato.
    E inoltre non tralascia critiche feroci alla media borghesia Americana, sempre chiusa nei suoi segreti, sempre macchiata dalla sua disumanità.

  • brevi recensioni - cinema,  Sezione oriente

    “Poetry” di Lee Chang-dong

    "Poetry" (2010)

    Lee Chang-dong

    La poesia è un percorso che se intrapreso pone leggerezza nell’animo di chi scrive.
    A occhi aperti verso il mondo delle cose che appare degno di bellezza, tramite la poesia.
    La poesia ha anche una sfera in cui si rappresenta non solo nell’interiorità del poeta bensì anche nell’esteriorità.
    In Poetry, “Il corpo pulito rende la mente pulita” dice Yang Mi-ja, al proprio nipote.

    Yang Mi-ja è una signora di sessantacinque anni che decide di passare qualche ora a un corso di poesia.
    Il resto del tempo lo trascorre accudendo il nipote che si macchia di un crimine orrendo e facendo servizi in casa di un signore disabile.
    Per l’atto del nipote, la signora Yang ne resta sconvolta.
    Proprio quel mondo che le piacerebbe descrivere in una poesia che non riesce a scrivere – lei adora i fiori e il canto degli uccelli, le susine sugli alberi e appena cadute su un sentiero di campagna – si rivela duro e doloroso, cosparso di personaggi legati al denaro che credono capace di risolvere gli errori – e gli orrori –  dei propri figli, macchiati anche loro di un crimine infausto.
    Tuttavia, Mi-ja sembra non arrendersi, sempre ordinata e raffinata nel vestire abiti leggeri e fioriti, educata con il prossimo e sorpresa-sospesa dalla forza della poesia che sente dentro.
    Con un gesto estremo, finirà per procurarsi i soldi necessari – l’idea bieca proviene dai genitori dei ragazzi accusati dalla polizia di stupro, al fine di raccogliere un’ingente somma di denaro per corrompere la madre della vittima e mettere a tacere la stampa – ma, resistendo d’animo, avrà la prima vera occasione di comporre una poesia.

    Per Lee Chang dong, scrivendo e girando “Poetry”, la poesia è una ricerca di leggerezza d’animo, oltre che di bellezza.
    Il poeta è un personaggio ordinato e predisposto per il prossimo, la poesia è leggere le cose con occhi semplici.
    “La poesia è intrappolata da qualche parte dentro di noi, sempre”.
    In “Poetry”, Mi-ja affronta l’inizio della sua malattia – quella più terribile per che ama la scrittura in versi, una demenza senile che annerisce la memoria – ancora con la ricerca della poesia, che sospende i dolori fisici, li sposta da una parte, di lato, ma che non può cancellare.
    In un mondo dove gli uomini hanno il sorriso pronto sulle labbra ma sono crudeli un attimo dopo, un mondo dove il denaro leviga le ferite e, solo in apparenza, cancella i lividi.

    “Poetry” è un film intimo, sgradevole magari in certe scene, e compensato dalla grande prova di Yoon Jeong-hee, una donna intrappolata tra il dolore del mondo – quello per il nipote – e la volontà costante di guarirlo con le parole – i corsi di poesia, i piccoli versi che si annota su un libretto.
    Opera piena di colori e intenti raffinati, spesso girata con la telecamera a spalla, Lee Chang-dong sfiora appena il suo personaggio con un intento di ripresa semplice e realistico e immagini luminose, lo lascia muoversi, producendo un moto in più di vita a un personaggio già molto vivo e colto nell’animo.
    Da vedere, assolutamente, almeno una volta nella vita.

  • brevi recensioni - cinema

    “La donna che canta” di Denis Villeneuve

    "La donna che canta" (2010)

    Denis Villeneuve

    “La donna che canta” inizia con Simon e Jeanne Marwan, fratello e sorella, che ricevono due buste dalle ultime volontà della madre.
    Una di queste va consegnata al padre, combattente in guerra in Medio Oriente, l’altra al loro fratello di cui non sapevano dell’esistenza.
    Simon rifiuta di partire, in un primo tempo, ostile e pieno di rancore per il passato tormentato e tragico della madre.
    Jeanne, invece, decide di seguire le poche tracce che possiede e raggiungere il Medio Oriente.
    Tra persone che sanno poco e persone che manifestano malevolenza nei suoi confronti, Jeanne comincia un viaggio all’interno del passato della madre.
    Con il tempo, anche Simon si unisce alla ricerca che dalla madre si sposta al terzo figlio che si fa chiamare Nihad di Maggio.
    I risultati degli sforzi dei protagonisti porteranno a un finale mozzafiato e imprevedibile.

    “La donna che canta” alterna momenti di flashback dove viene descritta la tragica vita di Nawal Marwan, la ricerca mai finita del figlio che le hanno strappato alla nascita perché avuto dall’amore per un non cristiano; il suo carattere di protesta politica e di denuncia della guerra che la porteranno, dopo un gesto preciso e micidiale, a 15 anni di prigionia.
    In prigione Nawal subisce violenze e torture nefaste senza mai arrendersi e piegarsi alla volontà folle degli aguzzini.
    Da questo legame con la vita, che lei ha conosciuto come violenta e degradata ma ricordandone allo stesso tempo la purezza che è rappresentata dal figlio, Nawal comincia a cantare  e lo fa per 15 anni di cella.
    La donna che canta, la chiameranno.

    Dal passato, Villeneuve ritorna al presente con la vita di Jeanne, anche lei segnata dalla ricerca delle proprie radici, quelle familiari, in una terra dove la guerra e l’ambiguità politico-religiosa non hanno mai smesso di vivere.
    Jeanne entra in una spirale di dettagli che, in silenzio, ne descrivono la sua nascita, la sua vita: con più la sua storia personale si snoda con più prende luce la deriva esistenziale della madre Nawal.
    Così madre e figlia, seppur molto distanti, hanno un legame parallelo.
    Quello che vede la madre intorno a sé durante il pellegrinaggio di ricerca del figlio, cioè distruzione e corruzione tra auto e case incendiate, non sono che la miccia che accende il suo fuoco interiore – il canto, la forza di volontà.
    La ricerca di Jeanne parte invece da fuochi spenti e fumi che salgono al cielo.
    Tuttavia, il suo ardore per il sapere la verità la porterà a una scoperta che ne decreta un inizio di vita vero, come donna e come figlia.

    Dunque, “La donna che canta” è un film di ricerca famigliare che allo stesso tempo diviene ricerca interiore.
    La ricerca delle proprie origini squarcia il telaio di un paese corrotto e massacrato dalle bombe, dai tiratori nascosti, dai fanatici di guerra.
    Con maestria, Villeneuve riporta allo spettatore immagini intense costruite sotto una luce ottima; sono immagini che alternano la voglia di guardarsi dentro – la forza di volontà per ricostruire un nido di famiglia anche se già corroso da mistero e dolore – con la tragedia del guardarsi fuori, uno spettacolo di un paese in miseria e garrotato dalle macerie.
    Parlano le immagini che aiutano a manovrare una narrazione già abbastanza intricata.
    “La donna che canta” canta per tutti, nessuno escluso.
    Lei è al centro di tutto, Nawal è quella donna che mai ha smesso di combattere, ha sempre la voce per cantare seppur con il corpo martoriato, ha sempre lo slancio di reagire alla carnalità della violenza, lo slancio di sperare nell’abbraccio dei suoi figli.

  • brevi recensioni - cinema,  Sezione oriente

    “Il cane giallo della Mongolia” di Byambasuren Davaa

    "Il cane giallo della Mongolia" (2005)

    Byambasuren Davaa

    Nelle montagne della Mongolia, il tempo appare fermo.
    La vita invece prosegue, ai ritmi del lavoro da pastori, per una famiglia, padre madre e tre figlioletti.
    Al ritorno da scuola, la piccola Nansal trova un cane che battezza “Macchia”.
    Il padre non è convinto, non lo accetta perché cresciuto in un branco di lupo per cui sarebbe un gravissimo pericolo per il gregge.
    Un giorno, Nansal si allontana dalla casa-tenda per ritrovare il cucciolo smarrito.
    Incontra così una anziana signora mongola che vive da sola nella radura e che le racconta la favola “la favola del cane giallo”.
    Con il finire dell’estate, la famiglia ringrazia la terra con un canto per averli accolti e si prepara a spostarsi per trascorrere altrove l’inverno.

    “Il cane giallo della Mongolia” è una storia intima, dolce e innocente raccontata –  a tratti –  come documentario.
    In realtà, il documentario lascia spazio alla fiction e viceversa.
    E quello che emerge è la descrizione della vita dei pastori mongoli, tra immagini sorprendenti, profondità di campo delle distese di verde asiatiche, primi piani dei bambini che giocano o fanno colazione con latte di capra appena munto.
    Byambasuren Davaa, la cineasta di Ulan Bator,  prende lo spettatore per gli occhi, i colori che emergono dai vestiti agli oggetti più piccoli della tenda-casa, alle coperte dei piccoli letti, sono intensi e comunicano un profondo legame pacifico tra gli uomini e la natura, un rispetto silenzioso per la vita.
    Il viola del vestito della madre, il blu scuro dei figli, il verde di quello del padre e le note di arancione degli ornamenti della casa, sono ripresi in modo perfetto.

    Da ricordare la scena in cui viene smontata la tenda-casa.
    Ripresa dall’alto, man mano che viene tolto il rivestimento in pelle si intravede l’intreccio di piccole travi di legno arancione a comporre una raffinatissima raggera.
    I colori fanno parte attiva nella vita dei pastori mongoli, sono anime visibili.

    Con un lungo piano sequenza e con profondità di campo, il finale de “Il cane giallo della Mongolia” svela un dettaglio drammatico come a infrangere l’innocenza dei pastori.
    Mentre la carovana si avvia verso migliori destinazioni, dalla parte opposta vediamo avvicinarsi un’auto che pronuncia al megafono i problemi politici della società mongola, insediati sempre di più nelle città.
    Annunciando uno sgretolamento della vita nomade sempre più costretta a un’urbanizzazione senza colori né sapori.

  • brevi recensioni - cinema

    “Polytechnique” di Denis Villeneuve

    "Polytechnique" (2009)

    Denis Villeneuve

    Polytechnique narra del massacro all’École Polytechnique di Montréal avvenuto il 6 dicembre 1989 , dove vengono uccise tredici studentesse da Marc Lepine.

    Il perno della narrazione è Valerie, giovane studentessa con la passione per l’ingegneria meccanica.
    Durante una lezione all’università, un ragazzo entra armato nell’aula.
    In un primo momento, fa dividere ragazzi e ragazze per poi far uscire gli uomini.
    Massacrerà a colpi di carabina le studentesse, mentre a salvarsi è solo Valerie.
    Jean-Francois, amico della ragazza, prova a cercare aiuto e s’imbatte in una ragazza ferita gravemente cercandola di soccorrerla e farla sopravvivere.
    La vicenda distruggerà l’animo di Jean-Francois, Valerie rifletterà per sempre sull’accaduto, sulla vita e sull’amore nel mondo.

    Denis Villeneuve dirige un film potente e sconcertante.
    Bellissimo e magistrale bianco e nero, che si mischia alla forte nevicata di un dicembre in Canada.
    Non ripiega su sentimentalismi, quasi non denuncia la follia omicida, la riprende per vedere quale abisso possa creare.
    Così per il femminismo, una piaga per l’assassino mentre Villeneuve si concentra sulla donna come essere umano.

    Polytechnique si ferma a un bivio per poi percorrere entrambe le strade.

    Una strada per l’occhio di una descrizione oggettiva dei fatti – Villeneuve racconta la strage servendosi di un impianto di scene di violenza necessaria.
    Con una narrazione non completamente lineare, il regista accentua la tensione e la paura
     – l’inizio del film è un momento cronologicamente spostato dalla linea narrativa, avverrà dopo; un flash-forward che descrive le sensazioni di Jean-Francois; un ritorno alla sparatoria e alle vicende dentro il politecnico –
    E un’altra strada per uno sguardo riflessivo, quasi ermetico, sulla condizione della donna alla fine degli anni Ottanta, colpevole di essere donna – il bianco e nero aumenta l’intensità della violenza e della paura e allo stesso tempo sembra rallentare le azioni, per dare allo spettatore una chiave di chiarezza in più per capire non tanto la follia omicida quanto più una banalità del male che la donna pare rappresentare.
    La riflessione passa come un filo sottile attraverso Valerie che rappresenta tutte le donne – la scena del bagno, dove lei vede la sua immagine riflessa più volte dagli specchi, lo conferma.

    Dal massacro al  politecnico, “Polytechnique” prende una svolta per rivedere passato, presente e futuro della condizione femminile.

    Film bellissimo e crudo, con intimi primi piani su oggetti e volti, immagini silenziate dal bianco e nero e da una neve fitta che tuttavia non attutisce né i colpi d’arma da fuoco né i solchi delle cicatrici che restano.

  • brevi recensioni - cinema

    “Amour”, di Michael Haneke

    "Amour" (2012)

    Michael Haneke

    “Amour”, un’opera meravigliosa.
    Michael Haneke miscela emozioni in un modo eccezionale, filmando solo una precisa parte della vita, la vecchiaia.
    La vecchiaia è punto di partenza e punto d’arrivo.
    Le azioni che si materializzano da questo punto costruiscono il film.

    Anne e Georges sono una coppia di ottantenni, entrambi insegnanti di musica, che passano il loro tempo tra letture e musica a casa, qualche uscita per spettacoli in teatro.
    Succede che Anne si ammala, colpita da un ictus.
    Georges è ostinato, pur ascoltando le diagnosi dei medici.
    Non vuole vedere morire la donna in un istituto per anziani disabili.
    Così decide di prendersi cura direttamente di lei, tra la stanza da letto e il salone della casa, la cucina e le parole che si scambiano e i racconti della gioventù di Georges che lei ascolta incantata.
    Un secondo attacco al corpo di Anne rende tutto più difficile e ostile, lei ormai stenta a parlare e l’animo di Georges è messo sempre più a rischio.

    In “Amour”, Haneke riesce ad infilarsi negli anfratti più angusti dell’esistenza, ha un occhio che rende tutto fragile, sottile.
    La incantevole ed eccezionale interpretazione dei due protagonisti –  grandi attori con passato eterno di film eterni, sotto la regia di grandi del cinema come Dino Risi, Abel Gance, Alain Resnais, Bellocchio, Kieslowski per citarne tra i più importanti – è sottile.
    La perfetta ambientazione della casa è sommersa da un silenzio fragile, si ha paura di romperlo.
    I dialoghi, le finestre di legno e vetro, il pavimento in legno che scricchiola al passo maldestro di Georges, il tavolo da cucina, il letto dove Anne soffrirà.
    Tutto sembra che si possa infrangere da un momento all’altro, sottile.
    Ed è questo il senso sottile e precario della vecchiaia che vivono i protagonisti.

    “Amour” mostra, attraverso i due protagonisti, la fragilità della vecchiaia allo stesso tempo e modo della forza e del valore di vivere che serve per affrontarla.
    Descrive la linea più sottile che separa la vita dalla morte.
    E c’è un velo che appare, pian piano, passo dopo passo, dolore dopo dolore, coraggio dopo coraggio, un velo di malinconico amore sprigionato dalla magistrale bravura di Trintignant e Riva.
    Haneke riprende tutto, anche l’incubo peggiore di Georges, i suoi ricordi di Anne che suona Schubert.
    Ciò che stupisce di questo grande regista è il fatto che egli riesca a creare film raffinati e stilisticamente elegantissimi, pur mostrando la realtà nuda e cruda.

    La pochissima musica che si sente durante il film – perché in “Amour” c’è un silenzio di fondo, diffuso, che sembra venire proprio dalle stanze della casa –  è un mezzo per ritornare alla bellezza della gioventù della vita – la scena, straordinaria, di Georges che ascolta Anne suonare per poi spegnere lo stereo e far scoprire allo spettatore che è tutto un’immaginazione del passato –
    Con il gesto estremo di Georges, nel finale, dettato da una lucida disperazione con cui ha affrontato il tratto di vita vicino alla morte della moglie, Haneke riprende un iter psicologico che lo spettatore, in un qualche modo, conosceva già.
    Come il finale del film, che il regista mostra all’inizio, come a dire “qui si gioca a carte scoperte”.

    Dopo i bellissimi “La pianista”, “Il nastro bianco”, “Niente da nascondere”, con “Amour” Micheal Haneke gira un film assoluto, sublimando verso il capolavoro.
    Tutto è perfetto, visivamente elevatissimo – le luci grigie dell’appartamento al buio e le lampade calde per la lettura, le inquadrature quasi sempre ferme – , i tempi del film che sembrano immobili e che trascorrono esattamente in linea con la vita di Anne e Georges.
    Un film che fa amare il cinema.

  • Brevi esposizioni a tema,  brevi recensioni - cinema

    “Una donna distrusse”, di Stuart Heisler

    Una donna distrusse (1947)

    Stuart Heisler

    L’articolo fa parte di una Breve esposizione a tema “Alcolismo – Tre film a tema nel cinema classico”

    “Una donna distrusse” è la storia di Angelica Angie Evans, cantante di successo che sposa e ha una figlia con Ken Conway, anche lui artista e cantante.
    Per dedicarsi alla famiglia, Angie abbandona i palcoscenici mentre il successo di Ken nella musica è sempre più grande e lo porta a viaggiare nelle città degli Stati Uniti.
    Angelica comincia a soffrire della solitudine e, quando prima era solo un bicchiere ogni tanto, sprofonda in un incubo sempre peggiore legato alla bottiglia.
    Ken è troppo occupato per rendersi conto della malattia della moglie.
    Ormai alcolizzata cronica, Angie arriva a chiedere il divorzio e, vista la situazione di panico, Ken chiede l’affidamento della figlia.
    Angelica tocca con mano propria il fondo, addormentandosi per strada, rovinando le feste per gelosia nei confronti di una collaboratrice del marito, dimenticandosi delle proprie azioni e mettendo a rischio la sua vita e quella degli altri.

    “Una donna distrusse”, altra rappresentazione, nel cinema della Hollywood classica, del tema dell’alcolismo – fra tutti, “Giorni perduti”  e “I giorni del vino e delle rose”
    Heisler ha degli ottimi intenti e una buona padronanza dei tempi, gioca su una narrazione che comincia come una commedia sentimentale arrivando al dramma famigliare.
    In un bianco e nero dove la protagonista ha spesso un’alternanza di “zone d’ombra” e luce, soprattutto per quanto riguarda la ripresa del volto, “La donna distrusse” tocca i tempi principali che possono portare all’alcolismo.
    Il senso di inferiorità e la difficoltà di stare in mezzo alle persone – Angie dovrà bere per superare questi ostacoli – , la lotta contro la solitudine che in questo caso nasce dal cambiamento di vita della donna, da protagonista della musica leggera a madre e moglie, il senso di una vita vuota nonostante ci siano tutti gli elementi per affermare e sentire il contrario.
    Anche le conseguenze dirette dell’alcol sono ben delineate, il mettere a repentaglio la propria vita e insieme quella di chi ti sta di fianco, le continue amnesie, soprattutto “i fantasmi” della propria mente
    – “Sono bravissima a crearmi dei fantasmi” dice Angie durante una festa” –

    Bellissima la scena in cui Angela consola la figlia malata di polmonite e sposta i giocattoli dalla culla, tra cui uno che riflette la sua ombra simile a una bottiglia che dondola, sul muro.
    Nel finale, altra bella scena dove Angie “rivede” la sua vita a ritroso fino al primo incontro con Ken, che Heisler realizza con la sovrapposizione di immagini.
    “Una donna distrusse” ha  un finale piuttosto consolatorio – Ken si accorge di aver sbagliato, di aver sottovalutato la dipendenza da alcol della moglie e si ricongiunge a alla moglie – , dove Angela, di spalle alla telecamera, decide di ricominciare da capo, riprendendo la carriera da cantante per smettere di bere.

    Tra i dialoghi ben fatti, spicca la “rivelazione” che la donna fa a un uomo durante un party
    “Versarsi da bere è un gesto che dà calore e amicizia. Un gesto creativo” .

  • brevi recensioni - cinema,  Sezione oriente

    Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

    Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (2010)

    Apichatpong Weerasethakul

    Opera piena di mistero, come le lunghe notti della foresta thailandese.
    ​“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” resta un film unico, dove i protagonisti sembrano essere presi dalla vita reale e messi in scena, dove la storia narrata è semplice e diretta.
    E proprio da questa semplicità di racconto che si aprono le molte vie di più difficile comprensione che il regista descrive.
    Coraggiosissima Palma d’oro al Cannes.

    Boonmee ha i reni malati e necessita di cure costanti.
    Piccolo proprietario terriero, vive vicino alla foresta con la sorella Jen e il nipote Thong.
    Una sera, durante la cena, cominciano a verificarsi varie apparizioni.
    Per prima la moglie di Boonmee, scomparsa 19 anni prima.
    E poi suo figlio, anche lui morto, che ha una strana sembianza scimmiesca e ha due occhi rossi brillanti.
    Cominciano a parlare, del passato e del presente.
    Mentre il futuro sarà prossimo, quando Boonmee verrà accompagnato a morire attraverso la foresta in una grotta dai fantasmi stessi e dalla sorella.

    Apichatpong  Weerasethakul (nato a Bangkok nel 1970) si propone di mettere in scena un’esperienza che vede mischiarsi presente e passato, una finestra che si spalanca davanti a un viaggio verso la morte.
    Il film è mistico, elogia quell’esperienza interiore che porta Boonmee a una unione con un mondo fuori dalla realtà. Da qui i fantasmi, che subito si presentano come rarefatti e successivamente prendono posto “fisico” nella vita del protagonista.
    “I fantasmi sono slegati da ogni cognizione che riguarda il tempo. Sono legati solo alla vita delle persone” dice la moglie di Boonmee.
    “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” suggerisce proprio questo, si vive con i propri fantasmi, ci si sposta nel tempo assieme a loro.
    La vita e la morte si uniscono, quindi, come presente e passato si intrecciano, il loro legame è imprescindibile.
    Weerasethakul conduce lo spettatore nel grigio lunare della foresta thailandese, inquietante e piena di suoni frastagliati come può essere un cammino verso la morte.
    Lo lascia ammirare le immagini e ascoltare i dialoghi – “Il paradiso è sopravvalutato, non c’è niente là” –  lungo una serie di piccoli rimandi, tutti allegorici, difficili da delineare – come il viaggio mistico che è proprio dell’intimità del soggetto verso una realtà diversa e assoluta.
    Una forte deviazione mistica-fantastica è rappresentata nella scena della principessa, sempre immersa in un colore grigio della notte, che si rispecchia nell’acqua vedendosi giovane e bella.
    Intanto, voci fuori campo sovrapposte al rumore della cascata d’acqua e uno strano rapporto erotico-sessuale tra la principessa e un pesce gatto.

    In “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” l’assenza quasi totale di musica appare una scelta stilistica precisa: a cantare sono i grilli, gli insetti, il frusciare degli alberi nella foresta.
    Solo nel finale, un accenno a una canzone pop thailandese.

  • Brevi esposizioni a tema,  brevi recensioni - cinema

    “Giorni perduti”, di Billy Wilder

    Billy Wilder

    "Giorni Perduti" (1945)

    L’articolo fa parte di una Breve esposizione a tema “Alcolismo – Tre film a tema nel cinema classico”

    Fino a prima dell’uscita di “Giorni perduti”, sullo schermo l’alcolismo veniva utilizzato – e rappresentato – per situazioni principalmente comiche.
    Tratto dal romanzo “Lost Weekend” di Charles R.Jackson, girato con estrema maestria da Billy Wilder, il film è il primo come seria denuncia verso l’alcolismo.
    Il regista, oltre a ispirarsi al romanzo, fece ricerche dirette sull’ abuso di alcol seguendo le ricerche di un medico sull’etilismo e frequentando gli Alcolisti Anonimi e i suoi medici e pazienti.

    “Giorni perduti” è stata la prima produzione di Hollywood ad affrontare il tema dell’alcolismo con un approccio drammatico, contribuendo a creare la consapevolezza dell’abuso di alcolici come malattia sociale negli Stati Uniti d’America e dando seguito ad altri film sullo stesso argomento, tra cui Una donna distrusse di Stuart Heisler uscito due anni dopo.

    Da sempre aiutato dal fratello Wick e dalla compagna Helen, Don Birnam è uno scrittore fallito e alcolista cronico.
    La dipendenza dalla bottiglia lo porta sempre più a raggirare chi gli sta vicino, lo costringe a essere disonesto e totalmente privo di fiducia in se stesso.
    Ha inizio così uno “sdoppiamento” consapevole di Don, quello alcolizzato –  intraprendente e pieno di fantasia – e quello in astinenza, corroso dalla continua ricerca di spiccioli per whisky a basso prezzo.
    Una vita sempre più diretta verso la miseria fisica ed emotiva, contrapposta allo stesso tempo da persone che ancora credono in lui, aiutando Don come possono – oltre alla fidanzata e il fratello, si aggiunge la figura di Nat, il barista, che sempre lo esorta a guardarsi allo specchio e di smettere di avvelenarsi e comprendendolo nella sua situazione senza ritorno offrendogli, solo in apparenza un paradosso, da bere ogni tanto.

    Wilder procede a raccontare, dopo l’inizio che è il presente, attraverso flashback del protagonista.
    Da ubriaco, Don racconta come ha incontrato Helen la prima volta, per un banale scambio di soprabiti, di come sia scappato dalla realtà il giorno in cui doveva incontrare i genitori di lei, rifugiato nel suo appartamento ubriaco fino al midollo
    Rientrando nel presente, “Giorni perduti” aumenta di tensione con i primi deliri di Don fino al vero delirium tremens con allucinazioni – tesissima la scena in cui si vede Don nel suo appartamento, al semibuio della sera, che urla di terrore alle visioni di pipistrelli, topi e insetti sulle mura di casa.
    La tensione diventa miseria e infelicità, Wilder fa scorrere la narrazione fino a porre lo spettatore davanti a un “loop” di avvenimenti – che è la vera vita del tossicomane – .
    Don, infatti, a bottiglia finita sarà sempre da principio, dovrà lottare e mentire allo stesso tempo alla ricerca di soldi per bere – in una sciagura infinita che il regista descrive con la scena in cui Don va alla ricerca, barcollante e tremante, di banco di pegni per scambiare la sua macchina da scrivere con denaro ma li trova tutti chiusi essendo un giorno festivo –

    In “Giorni perduti”, Ray Milland è straordinario nell’impresa dell’uomo disfatto e alcolizzato, anche quando la sua unica e flebile luce resta quella di usare i soldi che raccimola qua e là rubando unicamente per bere.
    Sorprendente la musica di Miklos Rozsa che accentua il delirium tremens e le urla di Don con dei violini all’unisono che si mescolano agli squittii dei topi e ai versi dei pipistrelli che lo stesso Don crede di vedere.
    E Billy Wilder si conferma un maestro, tra un bianco e nero e montaggio perfetti, riprese in primo piano dei cerchi umidi lasciati dai bicchieri sul bancone dei bar.
    Il finale viene solo abbozzato come “lieto fine”, la speranza di smettere di bere di Don è solo data come “cosa possibile”, un percorso quindi lungo e stremante come la guarigione completa.
    Il film si può affiancare, come riflessione sull’alcolismo ma dal finale più drammatico, al bellissimo e cupo “I giorni del vino e delle rose” di Blake Edwards, apparso però diciassette anni dopo.

  • brevi recensioni - cinema

    “Primo amore”, di Matteo Garrone

    Matteo Garrone

    Primo Amore (2004)

    Matteo Garrone dirige un film cupo e inquietante, volutamente scarno,viscerale, che lascia senza speranza lo spettatore, come un pugno nello stomaco, inesorabile, implacabile.
    Senza tecnicismi, in “Primo amore” si “limita” a riprendere quello che prova nel cuore e nel corpo; si limita a riprendere quello che ossessiona, nell’animo e nel corpo, i due protagonisti.

    Liberamente tratto da “Il cacciatore di anoressiche”, di Marco Mariolini.

    Vittorio di mestiere fa l’orafo.
    Il resto della vita la trascorre in sedute da psichiatri per la sua ossessione sul peso.
    Incontra Sonia per caso, da un annuncio per cuori solitari.
    Si instaura quindi un rapporto tra i due, in partenza e in apparenza, normale e d’amore.
    Decidono di vivere insieme in una casa di campagna, isolata.
    Ma sarà sempre di più una discesa verso un incubo.
    Sonia accetta di farsi manipolare da Vittorio fino ad arrivare a pesare poco più di quaranta chili.
    Tutto procederà per atti estremi da parte di lui e risposte estreme da parte di lei.

    Garrone vuole mostrare cosa c’è nella ricerca dell’estremo, che fasi tocca una ricerca di quando ci si spinge oltre il limite.
    Cosa resta di sé stessi quando il peso è ridotto al minimo, quell’assenza di peso che sgancerà ogni rapporto con la realtà, con il mondo, con le cose felici della vita.
    E lo fa attraverso Vittorio, sempre ossessionato dal peso a tal punto da voler prosciugare la sua vita – perderà lavoro, collaboratori e amici –
    Per prosciugare la sua vita, Vittorio userà Sonia e il suo corpo, prosciugandolo fino alle ossa.
    Nasconderà tutto il cibo che ha in casa affinchè lei perda sempre più peso.
    La costringerà a vederlo mangiare mentre Sonia va avanti di insalate scondite e allucinazioni visive.

    “Primo amore” un film bellissimo, che porta dentro di sé un’angoscia inesorabile.
    Un film probabilmente mai visto nel panorama italiano degli ultimi anni.
    Garrone è un maestro in sordina, un pugile agile di gambe e potente nell’attacco a volto e busto.
    Sferra colpi impressionanti – i volti dei due protagonisti ripresi fuori fuoco, divenendo fantasmi, mentre tutto il resto che li circonda è perfettamente normale e colorato; la scheletrica Sonia, una bravissima Michela Cescon, in piedi, nuda e contro la parete della cantina di casa, terrorizzata dal senso di colpa dopo aver mangiato di nascosto e subito scoperta da Vittorio, che reagisce violentemente; i dialoghi sospesi e soprattutto il suono delle parole degli attori, quasi biascicato, strascicato e volutamente poco comprensibile.
    Vitaliano Trevisan, che interpreta Vittorio, è inquietante tanto quanto il suo disturbo ossessivo.
    E un epilogo sospeso e che si tinge, quasi e velocissimo, di horror.