Brevi esposizioni a tema,  brevi recensioni - cinema

“Giorni perduti”, di Billy Wilder

Billy Wilder

"Giorni Perduti" (1945)

L’articolo fa parte di una Breve esposizione a tema “Alcolismo – Tre film a tema nel cinema classico”

Fino a prima dell’uscita di “Giorni perduti”, sullo schermo l’alcolismo veniva utilizzato – e rappresentato – per situazioni principalmente comiche.
Tratto dal romanzo “Lost Weekend” di Charles R.Jackson, girato con estrema maestria da Billy Wilder, il film è il primo come seria denuncia verso l’alcolismo.
Il regista, oltre a ispirarsi al romanzo, fece ricerche dirette sull’ abuso di alcol seguendo le ricerche di un medico sull’etilismo e frequentando gli Alcolisti Anonimi e i suoi medici e pazienti.

“Giorni perduti” è stata la prima produzione di Hollywood ad affrontare il tema dell’alcolismo con un approccio drammatico, contribuendo a creare la consapevolezza dell’abuso di alcolici come malattia sociale negli Stati Uniti d’America e dando seguito ad altri film sullo stesso argomento, tra cui Una donna distrusse di Stuart Heisler uscito due anni dopo.

Da sempre aiutato dal fratello Wick e dalla compagna Helen, Don Birnam è uno scrittore fallito e alcolista cronico.
La dipendenza dalla bottiglia lo porta sempre più a raggirare chi gli sta vicino, lo costringe a essere disonesto e totalmente privo di fiducia in se stesso.
Ha inizio così uno “sdoppiamento” consapevole di Don, quello alcolizzato –  intraprendente e pieno di fantasia – e quello in astinenza, corroso dalla continua ricerca di spiccioli per whisky a basso prezzo.
Una vita sempre più diretta verso la miseria fisica ed emotiva, contrapposta allo stesso tempo da persone che ancora credono in lui, aiutando Don come possono – oltre alla fidanzata e il fratello, si aggiunge la figura di Nat, il barista, che sempre lo esorta a guardarsi allo specchio e di smettere di avvelenarsi e comprendendolo nella sua situazione senza ritorno offrendogli, solo in apparenza un paradosso, da bere ogni tanto.

Wilder procede a raccontare, dopo l’inizio che è il presente, attraverso flashback del protagonista.
Da ubriaco, Don racconta come ha incontrato Helen la prima volta, per un banale scambio di soprabiti, di come sia scappato dalla realtà il giorno in cui doveva incontrare i genitori di lei, rifugiato nel suo appartamento ubriaco fino al midollo
Rientrando nel presente, “Giorni perduti” aumenta di tensione con i primi deliri di Don fino al vero delirium tremens con allucinazioni – tesissima la scena in cui si vede Don nel suo appartamento, al semibuio della sera, che urla di terrore alle visioni di pipistrelli, topi e insetti sulle mura di casa.
La tensione diventa miseria e infelicità, Wilder fa scorrere la narrazione fino a porre lo spettatore davanti a un “loop” di avvenimenti – che è la vera vita del tossicomane – .
Don, infatti, a bottiglia finita sarà sempre da principio, dovrà lottare e mentire allo stesso tempo alla ricerca di soldi per bere – in una sciagura infinita che il regista descrive con la scena in cui Don va alla ricerca, barcollante e tremante, di banco di pegni per scambiare la sua macchina da scrivere con denaro ma li trova tutti chiusi essendo un giorno festivo –

In “Giorni perduti”, Ray Milland è straordinario nell’impresa dell’uomo disfatto e alcolizzato, anche quando la sua unica e flebile luce resta quella di usare i soldi che raccimola qua e là rubando unicamente per bere.
Sorprendente la musica di Miklos Rozsa che accentua il delirium tremens e le urla di Don con dei violini all’unisono che si mescolano agli squittii dei topi e ai versi dei pipistrelli che lo stesso Don crede di vedere.
E Billy Wilder si conferma un maestro, tra un bianco e nero e montaggio perfetti, riprese in primo piano dei cerchi umidi lasciati dai bicchieri sul bancone dei bar.
Il finale viene solo abbozzato come “lieto fine”, la speranza di smettere di bere di Don è solo data come “cosa possibile”, un percorso quindi lungo e stremante come la guarigione completa.
Il film si può affiancare, come riflessione sull’alcolismo ma dal finale più drammatico, al bellissimo e cupo “I giorni del vino e delle rose” di Blake Edwards, apparso però diciassette anni dopo.

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