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Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (2010)

Apichatpong Weerasethakul

Opera piena di mistero, come le lunghe notti della foresta thailandese.
​“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” resta un film unico, dove i protagonisti sembrano essere presi dalla vita reale e messi in scena, dove la storia narrata è semplice e diretta.
E proprio da questa semplicità di racconto che si aprono le molte vie di più difficile comprensione che il regista descrive.
Coraggiosissima Palma d’oro al Cannes.

Boonmee ha i reni malati e necessita di cure costanti.
Piccolo proprietario terriero, vive vicino alla foresta con la sorella Jen e il nipote Thong.
Una sera, durante la cena, cominciano a verificarsi varie apparizioni.
Per prima la moglie di Boonmee, scomparsa 19 anni prima.
E poi suo figlio, anche lui morto, che ha una strana sembianza scimmiesca e ha due occhi rossi brillanti.
Cominciano a parlare, del passato e del presente.
Mentre il futuro sarà prossimo, quando Boonmee verrà accompagnato a morire attraverso la foresta in una grotta dai fantasmi stessi e dalla sorella.

Apichatpong  Weerasethakul (nato a Bangkok nel 1970) si propone di mettere in scena un’esperienza che vede mischiarsi presente e passato, una finestra che si spalanca davanti a un viaggio verso la morte.
Il film è mistico, elogia quell’esperienza interiore che porta Boonmee a una unione con un mondo fuori dalla realtà. Da qui i fantasmi, che subito si presentano come rarefatti e successivamente prendono posto “fisico” nella vita del protagonista.
“I fantasmi sono slegati da ogni cognizione che riguarda il tempo. Sono legati solo alla vita delle persone” dice la moglie di Boonmee.
“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” suggerisce proprio questo, si vive con i propri fantasmi, ci si sposta nel tempo assieme a loro.
La vita e la morte si uniscono, quindi, come presente e passato si intrecciano, il loro legame è imprescindibile.
Weerasethakul conduce lo spettatore nel grigio lunare della foresta thailandese, inquietante e piena di suoni frastagliati come può essere un cammino verso la morte.
Lo lascia ammirare le immagini e ascoltare i dialoghi – “Il paradiso è sopravvalutato, non c’è niente là” –  lungo una serie di piccoli rimandi, tutti allegorici, difficili da delineare – come il viaggio mistico che è proprio dell’intimità del soggetto verso una realtà diversa e assoluta.
Una forte deviazione mistica-fantastica è rappresentata nella scena della principessa, sempre immersa in un colore grigio della notte, che si rispecchia nell’acqua vedendosi giovane e bella.
Intanto, voci fuori campo sovrapposte al rumore della cascata d’acqua e uno strano rapporto erotico-sessuale tra la principessa e un pesce gatto.

In “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti” l’assenza quasi totale di musica appare una scelta stilistica precisa: a cantare sono i grilli, gli insetti, il frusciare degli alberi nella foresta.
Solo nel finale, un accenno a una canzone pop thailandese.

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