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Salvo (2013), di F.Grassadonia e A.Piazza

Salvo

Grassadonia e Piazza partono dal contesto sociale criminale siciliano.
L’opera prima dei due registi, Salvo, è bellissima.
Dialoghi ridotti all’osso, quello che si muove è la macchina da presa che esamina attentamente i personaggi.
Quello che si muove, come un mantice, sono le emozioni e i cambiamenti sotto un sole infernale dei due protagonisti, Salvo e Rita.
Salvo è un killer della mafia siciliana, resta vivo dopo un attentato e, nell’inseguire il nemico, trova Rita.
Rita è cieca dalla nascita e sorella di un capo mafioso che ha attentato la vita di Salvo.
Salvo non la uccide e proprio nell’attimo in cui decide di risparmiarla Rita comincia a vedere.
Il killer si occuperà di lei fino alla resa dei conti in cui c’è qualcuno che vuole Rita, e non solo lei, morta.

Salvo è la storia di un gesto, di una scelta che si compie senza pensare, le sue conseguenze sono già state calcolate e misurate da un battito del cuore solo più intenso.
Salvo è il racconto di un uomo che non ha nessun rapporto con dio ma che agisce con effetti divini.
Un teurgo dell’epoca contemporanea che non sa di esserlo.
Salvo è operatore di cose meravigliose, di miracoli.
Appoggiando la mano sulla testa della ragazza per eseguire il colpo finale di rivoltella, Salvo dona la vista a Rita.
I due registi vogliono forse metter mano su qualcosa che di razionale non ha nulla.
Alcune cose non si spiegano – nella fase della causa – ma si dispiegano – nella fase dell’effetto – .
In quest’ultima fase, si sparge la vita e, in Salvo, l’amore.
L’amore è un esito dell’evento miracoloso.

Perché, poi, non perderci un attimo veloce sul nome del film?
Salvo è colui che esce intatto da una situazione, quindi colui che non ha sofferto danno, quindi colui che ha superato un pericolo.
Salvo, oltre a essere Salvo Mancuso che uccide per la mafia, si dimostrerà capace di compiere una scelta radicale e pericolosa – aiutare in tutti i modi Rita – dalla quale uscirà intatto.
Il superamento di un pericolo che in questo caso non è soltanto fisico ma anche di “percorso”, cioè compiere un gesto d’amore che mai potrebbe arrivare dalle compagini mafiose.
La salvezza di Rita corrisponde a un’azione per restare intatto e non essere spinto oltre il dolore che già Salvo conosce.

Grassadonia e Piazza girano un’opera d’esordio magnifica.
Di certo non all’altezza del secondo film, Sicilian ghost story – dove mostreranno un altissimo livello di poesia cinematografica.
I due registi dimostrano nell’immediato – proprio all’inizio del film – di avere una vocazione raffinatissima per il cinema.
La scena d’inizio, dove Salvo si introduce in casa del mafioso, è bellissima e significativa.
La telecamera non mostra per molti minuti il volto del killer che tenta di non farsi “sentire” da Rita, cieca.
Prosegue in soggettiva e lungo piani sequenza, tra ombre e luci che passano da false finestre fatte di mattoni e protette da veli di plastica.
Si vedono primi piani di Rita che strabuzza gli occhi, angosciata, perché “sente” che in casa c’è un pericolo.
Così vengono introdotti –  e “legati” – i due personaggi di questo film noir totalmente atipico, che a volte si traveste da western – da notare le inquadrature in primo piano degli occhi di Salvo e la fotografia di Daniele Ciprì – fino a culminare in una love story scarna, fatta di mani sporche che tengono mani sudate, ferite che non si rimarginano, sedie di legno di fronte al mare che vedono trascorrere minuti e ore, giorni e sere.

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