brevi recensioni - cinema

Frank Costello faccia d’angelo (1967), di J.P.Melville

Frank Costello faccia d'angelo (1967)

Frank Costello faccia d’angelo nasce come poliziesco, cresce come noir, si conferma come uno dei migliori polar mai realizzati
Film di genere in cui Melville affonda le unghie per trarne un capolavoro.

I tratti del poliziesco sono i primi ad attivarsi e sono quelli che hanno il compito di gettare le basi dell’azione e presentare i personaggi.
Dopo l’omicidio di un gestore di un locale notturno, l’ispettore di polizia incaricato delle indagini sospetta di Frank Costello, si convince quasi da subito che sia lui l’assassino e nessun altro tra gli indiziati portati in centrale.
Rilasciato, inizia per Costello una fuga che si dirama su vari fronti perchè braccato sia dalla polizia sia dai suoi stessi mandanti che gli affidano i vari lavori sporchi.

I tratti del Noir vengono man mano in superficie e restano da “sottofondo” per tutto il film.
Stanze fumose, gioco d’azzardo, locali notturni e musica jazz, pioggia su Parigi e azioni dei protagonisti nelle ore notturne, tra vicoli inesplorati e i cunicoli della metropolitana.
Personaggi ambigui, solitari, che parlano poco ma innamorati dolenti della Parigi notturna.

Film del 1967, Frank Costello faccia d’angelo diventa uno dei polar meglio riusciti in assoluto.
L’interpretazione quasi robotica di Alain Delon si fa “portavoce” di un mondo anonimo popolato da figure anonime.
E’ un “anonimato” pittorico, dipinto di personaggi volti a celare la propria identità, a nascondere la propria vita, le proprie pulsioni e i propri sentimenti.
Una depersonalizzazione delle vite e delle scenografie, una natura morta dove gli oggetti, in modo quasi percettibile, si muovono.
E si caricano di ambiguità, caratteristica descritta in modo spettacolare nelle scene dell’identificazione dell’assassino negli uffici della polizia.
Qui tutti celano una “seconda parte” di se stessi, oltre alla facciata in evidenza.
Tutti si assomigliano e sono diversi al contempo, ognuno ha il soprabito e l’impermeabile grigio o nero, il Borsalino grigio o nero, i visi torvi confinanti con la spettralità.

E’ quindi una implosione in sordina quella che avviene e che porta ad esseri “spettrali”
– in primis Frank Costello stesso, procedendo per la sua amante e la figura della pianista di colore.
L’ “anonimato”, il nascondere se stessi si dirige verso una inevitabile solitudine che è il sentimento che meglio trasmette Melville.
Un film, quindi, sulla solitudine della vita dove il proprio obiettivo è commissionato da altri – lo stesso Costello con in suoi mandanti, la pianista che esegue sempre le stesse canzoni nello stesso locale.
Le persone si muovono sole, a notte fonda, in una città che offre pioggia e banconi di legno lucido per bere alcolici.

La parte centrale dove Costello è inseguito su diversi fronti – la polizia e gli stessi mandanti dei suoi omicidi – ha un ritmo serrato, ostinato.
Gli spostamenti di Frank tra la metropolitana e le vie di Parigi al contempo delle azioni della polizia e dell’ispettore che segue la vicenda da una cartina elettronica e retroilluminata della città sono eseguiti tramite un montaggio millimetrico.
Quando la caccia si fa serrata il mondo intorno a Frank Costello si manifesta per quello che è, un luogo di perone dai volti inespressivi, di ausiliari della polizia con borsette di pelle che fingono di avere una loro vita privata, gente innocua e non compromesse nella vicenda, un palpitare leggero delle fondamenta della città al passaggio inarrestato della metro nel sottosuolo.

La luce e i colori prendono anch’essi parte alla vicenda.
Il grigio metallico del monolocale di Costello è l’esatta e unica “tana” per una tigre solitaria.
La compagnia che si concede il protagonista è quella di un uccellino dentro una gabbia di metallo, dai “comportamenti” ambigui anche di quet’ultimo – il suo cinguettare non è ben chiaro se per necessità di essere libero o per avvisare Frank di pericoli improvvisi –
Poi ci sono gli interni laccati e plasticati del locale notturno nel quale il protagonista ritorna sempre nonostante sia ricercato e dentro al luogo del delitto.
Di plastica appaiono i frequentatori, infilati in un mondo notturno dove ognuno è solo, “depersonalizzato”, fuori da un contesto di quotidianità normale.

In conclusione, Frank Costello faccia d’angelo è un film davvero straordinario.
Vera e propria espressione d’arte di un grande autore.
Un film esistenzialista, sulla solitudine esistenziale,  minimale, scarno.
“Non c’è solitudine più profonda di quella del samurai, eccetto quella di una tigre nella foresta, forse…” è la citazione – fintamente tratta dal Bushido e inventata dal regista – che apre il film.
Le Samourai, titolo originale del film, è Frank Costello, un “guerriero”, fedele ai suoi obiettivi.
Ma sono obiettivi “meccanici”, imposti da l’unico vero mandante, forse, ossia una vita tetra, compagna della pioggia di un cielo cupo.

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