brevi recensioni - cinema,  Film-Documentari

“Tashi and the monk” (2014), di Andrew Hinton e Johnny Burke

Un uomo ritorna nella terra d’infanzia, ai piedi dell’Himalaya.
E’ un monaco buddista che nel tempo ha fondato una scuola proprio in quel luogo, la Jhamtse Gatsal chiamata anche “Il giardino dell’amore e della compassione”.
Accoglie bambini abbandonati e venduti dalle famiglie, con genitori violenti o alcolizzati, poveri e senza nessun mezzo di sostentamento.
Tashi è la bambina più problematica. Diffidente verso gli altri, ha cattivi sogni che ogni tanto racconta alle maestre.
E’ il compito più difficile per il monaco Lobsang ma non l’unico.
Ogni giorno si reca dalle famiglie in povertà che gli chiedono di accogliere i loro figli.
La valutazione è complicata, emotivamente provante.
Perchè Lobsang sa che per ogni fanciullo della scuola lui ne diventa a tutti gli effetti il padre, creando un legame spirituale e d’amore eterno.

In Tashi and the monk il tempo all’interno della Jhamtse Gatsal diviene una vita di comunità, dove i bambini svolgono attività quotidiane e altre più dedite allo studio.
Lo stare insieme li conduce in un mondo reale e tangibile, di giochi e di progressiva crescita interiore e sviluppo spirituale.
Così i bambini imparano a dare amore e impegno per ogni azione che svolgono, dai giochi collettivi alla pulizia degli ambienti interni ed esterni, dalla cura degli oggetti, del vestiario e delle scarpe allo studio delle materie scolastiche.
Fino al riposo notturno e al risveglio insieme.

I registi di Tashi and the monk, Andrew Hinton e Johnny Burke compongono un mediometraggio in forma di documentario sulla volontà di comprendere i bambini e le loro ferite ai primi anni di vita. Lo fanno interagendo direttamente nella Jhamtse Gatsal per far luce sui suoi programmi educativi.
Ne deriva un quadro incantato e purificante.
Riprendono quel ciclo naturale che si attiva all’interno della scuola.
Una costruzione di “mattoni di vita” che vengono depositati nei caratteri e nelle personalità dei bambini.
A ogni “deposito di mattone“, avviene un alleggerimento della loro sofferenza e un punto di forza in più nella scansione del tempo quotidiano e di comunità.
Tashi and the monk riflette su come la vita possa essere un contenitore di terracotta, costruito dai bambini.
Un contenitore dentro il quale prende il via un cambiamento della vita stessa.
Un passaggio “di vita in vita”, fino alla nascita di una coscienza pulita.
In Tashi and the monk viene tradotta quindi una visione pacifica e cosmica dell’esistenza.

Il monaco Lobsang si fa carico di essere il padre di tutti, il fratello di tutti, lo stesso bambino che a sua volta fu abbandonato e che è riuscito a disperdere il proprio dolore.

Lo spazio aperto dell’Himalaya contribuisce a ossigenare la sfera interiore dei bambini.
I loro visi, glabri e inafferrabili, sono impressi dal vento delle montagne tibetane.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *