• brevi recensioni - cinema

    “La donna che canta” di Denis Villeneuve

    "La donna che canta" (2010)

    Denis Villeneuve

    “La donna che canta” inizia con Simon e Jeanne Marwan, fratello e sorella, che ricevono due buste dalle ultime volontà della madre.
    Una di queste va consegnata al padre, combattente in guerra in Medio Oriente, l’altra al loro fratello di cui non sapevano dell’esistenza.
    Simon rifiuta di partire, in un primo tempo, ostile e pieno di rancore per il passato tormentato e tragico della madre.
    Jeanne, invece, decide di seguire le poche tracce che possiede e raggiungere il Medio Oriente.
    Tra persone che sanno poco e persone che manifestano malevolenza nei suoi confronti, Jeanne comincia un viaggio all’interno del passato della madre.
    Con il tempo, anche Simon si unisce alla ricerca che dalla madre si sposta al terzo figlio che si fa chiamare Nihad di Maggio.
    I risultati degli sforzi dei protagonisti porteranno a un finale mozzafiato e imprevedibile.

    “La donna che canta” alterna momenti di flashback dove viene descritta la tragica vita di Nawal Marwan, la ricerca mai finita del figlio che le hanno strappato alla nascita perché avuto dall’amore per un non cristiano; il suo carattere di protesta politica e di denuncia della guerra che la porteranno, dopo un gesto preciso e micidiale, a 15 anni di prigionia.
    In prigione Nawal subisce violenze e torture nefaste senza mai arrendersi e piegarsi alla volontà folle degli aguzzini.
    Da questo legame con la vita, che lei ha conosciuto come violenta e degradata ma ricordandone allo stesso tempo la purezza che è rappresentata dal figlio, Nawal comincia a cantare  e lo fa per 15 anni di cella.
    La donna che canta, la chiameranno.

    Dal passato, Villeneuve ritorna al presente con la vita di Jeanne, anche lei segnata dalla ricerca delle proprie radici, quelle familiari, in una terra dove la guerra e l’ambiguità politico-religiosa non hanno mai smesso di vivere.
    Jeanne entra in una spirale di dettagli che, in silenzio, ne descrivono la sua nascita, la sua vita: con più la sua storia personale si snoda con più prende luce la deriva esistenziale della madre Nawal.
    Così madre e figlia, seppur molto distanti, hanno un legame parallelo.
    Quello che vede la madre intorno a sé durante il pellegrinaggio di ricerca del figlio, cioè distruzione e corruzione tra auto e case incendiate, non sono che la miccia che accende il suo fuoco interiore – il canto, la forza di volontà.
    La ricerca di Jeanne parte invece da fuochi spenti e fumi che salgono al cielo.
    Tuttavia, il suo ardore per il sapere la verità la porterà a una scoperta che ne decreta un inizio di vita vero, come donna e come figlia.

    Dunque, “La donna che canta” è un film di ricerca famigliare che allo stesso tempo diviene ricerca interiore.
    La ricerca delle proprie origini squarcia il telaio di un paese corrotto e massacrato dalle bombe, dai tiratori nascosti, dai fanatici di guerra.
    Con maestria, Villeneuve riporta allo spettatore immagini intense costruite sotto una luce ottima; sono immagini che alternano la voglia di guardarsi dentro – la forza di volontà per ricostruire un nido di famiglia anche se già corroso da mistero e dolore – con la tragedia del guardarsi fuori, uno spettacolo di un paese in miseria e garrotato dalle macerie.
    Parlano le immagini che aiutano a manovrare una narrazione già abbastanza intricata.
    “La donna che canta” canta per tutti, nessuno escluso.
    Lei è al centro di tutto, Nawal è quella donna che mai ha smesso di combattere, ha sempre la voce per cantare seppur con il corpo martoriato, ha sempre lo slancio di reagire alla carnalità della violenza, lo slancio di sperare nell’abbraccio dei suoi figli.

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    “Polytechnique” di Denis Villeneuve

    "Polytechnique" (2009)

    Denis Villeneuve

    Polytechnique narra del massacro all’École Polytechnique di Montréal avvenuto il 6 dicembre 1989 , dove vengono uccise tredici studentesse da Marc Lepine.

    Il perno della narrazione è Valerie, giovane studentessa con la passione per l’ingegneria meccanica.
    Durante una lezione all’università, un ragazzo entra armato nell’aula.
    In un primo momento, fa dividere ragazzi e ragazze per poi far uscire gli uomini.
    Massacrerà a colpi di carabina le studentesse, mentre a salvarsi è solo Valerie.
    Jean-Francois, amico della ragazza, prova a cercare aiuto e s’imbatte in una ragazza ferita gravemente cercandola di soccorrerla e farla sopravvivere.
    La vicenda distruggerà l’animo di Jean-Francois, Valerie rifletterà per sempre sull’accaduto, sulla vita e sull’amore nel mondo.

    Denis Villeneuve dirige un film potente e sconcertante.
    Bellissimo e magistrale bianco e nero, che si mischia alla forte nevicata di un dicembre in Canada.
    Non ripiega su sentimentalismi, quasi non denuncia la follia omicida, la riprende per vedere quale abisso possa creare.
    Così per il femminismo, una piaga per l’assassino mentre Villeneuve si concentra sulla donna come essere umano.

    Polytechnique si ferma a un bivio per poi percorrere entrambe le strade.

    Una strada per l’occhio di una descrizione oggettiva dei fatti – Villeneuve racconta la strage servendosi di un impianto di scene di violenza necessaria.
    Con una narrazione non completamente lineare, il regista accentua la tensione e la paura
     – l’inizio del film è un momento cronologicamente spostato dalla linea narrativa, avverrà dopo; un flash-forward che descrive le sensazioni di Jean-Francois; un ritorno alla sparatoria e alle vicende dentro il politecnico –
    E un’altra strada per uno sguardo riflessivo, quasi ermetico, sulla condizione della donna alla fine degli anni Ottanta, colpevole di essere donna – il bianco e nero aumenta l’intensità della violenza e della paura e allo stesso tempo sembra rallentare le azioni, per dare allo spettatore una chiave di chiarezza in più per capire non tanto la follia omicida quanto più una banalità del male che la donna pare rappresentare.
    La riflessione passa come un filo sottile attraverso Valerie che rappresenta tutte le donne – la scena del bagno, dove lei vede la sua immagine riflessa più volte dagli specchi, lo conferma.

    Dal massacro al  politecnico, “Polytechnique” prende una svolta per rivedere passato, presente e futuro della condizione femminile.

    Film bellissimo e crudo, con intimi primi piani su oggetti e volti, immagini silenziate dal bianco e nero e da una neve fitta che tuttavia non attutisce né i colpi d’arma da fuoco né i solchi delle cicatrici che restano.