brevi recensioni - cinema

Siberia (2020), di Abel Ferrara

Solo da assaggiare
2.5/5

Siberia è interamente costruito su un percorso individuale, segreto e unico di Clint.
Dal buio della sua baracca e dalle notti gelate si passa a un luminosissimo deserto e a una verde intensa radura.
Clint è un emarginato.
Tutto quello che costituisce la sua vita ha provato a perderlo tra il gelo della Tundra.
Sta quindi ai margini della sua vita, senza aver nessuna intenzione di toccarne i bordi.
Il suo è un viaggio essenziale.

E’ un viaggio laconico, fitto di silenzi, perchè a parlare sono gli occhi.

Siberia è un film ermetico, enigmatico.
Visionario dall’inizio alla fine che si promette di rendere in immagini le “allucinazioni” del protagonista.
Esse creano situazioni fantastiche e irreali, a momenti alterni fortemente impattanti.

Clint (Willem Dafoe) decide di partire per un viaggio.
Si attrezza come può, usando una slitta trainata da lupi.
Si ritrova poi in una grotta dove avvengono le sue prime visioni.
Da un attimo all’altro, Clint arriva in un deserto sabbioso, incontra gli abitanti di un villaggio, assiste a un intervento chirurgico dentro una tenda polverosa.
Poi di nuovo in un altro ambiente in forte contrasto rispetto al precedente.
Clint è destinato a compiere un’esperienza di viaggio che ha la forma di un cerchio.

Abel Ferrara gira Siberia come un viaggio circolare. Da esso si fa trasportare nel mettere in scena immagini sempre più misteriose e simboliche.
E’ dunque un viaggio nel sogno.
Un sogno ad occhi aperti.
La realtà del “profondo recondito” di Clint assume le sue forme davanti alla macchina da presa.
Quando essa scivola fuori dal profondo ecco che incontriamo altri personaggi.
Il padre di Clint – che appare esattamente come Clint, interpretato sempre dallo stesso Dafoe – lo invita ad andare a pescare; è in canottiera e mutande, con la schiuma da barba spalmata sul viso.
La ex moglie, un incontro che si traduce in un rapporto carnale tra lui e lei ma anche con gli spettri del suo profondo – ai suoi occhi, sua moglie si trasforma ripetutamente in altri corpi di donne, probabilmente quelle che di nascosto Clint ha avuto o avrebbe voluto.

Abel Ferrara si affida a una trama che viene messa via via a repentaglio dai troppi simbolismi creati.
Lo fa con una riuscita di colori scuri, una fotografia cupa.
Svela il profondo di Clint con esplosioni improvvise di immagini violente, personaggi deformi, orribili e nudi, vecchie decrepite.

Siberia fa parte di un ideale “periodo italiano” del regista iniziato con Pasolini (2014), poi Piazza Vittorio (2017) e Tommaso (2019).

Siberia è un film dai tratti sperimentali, difficilissimo da comprendere a fondo
– tra le innumerevoli micro-comprensioni che avvengono nella sua durata –  e che si propone come obiettivo la rappresentazione dei fantasmi più lontani di Clint.

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