Al primo soffio di vento,  Diario di viaggi,  Portappunti,  Trento Film Festival 2021

“Arctic spleen” (2014), di Piergiorgio Casotti [Trento FF69, 2021]

Trento Film Festival 69
 2021
Sezione: Destinazione…Groenlandia

Articolo
“I documentari DI TRENTO FILM FESTIVAL”

Diario di viaggi
portappunti

TRENTO

minischeda

 

ARCTIC SPLEEN
Piergiorgio Casotti
Italia, Groenlandia
2014
63′ 
Documentario

Il regista Piergiorgio Casotti si racconta.
Dopo un forte trauma per la perdita del padre decide di andare in Groenlandia dell’est per scoprire tutte le proprie profonde fragilità.

Il regista Piergiorgio Casotti racconta.
La vita fragilissima degli abitanti della Groenlandia dell’est.
Il numero dei suicidi altissimo, il ghiaccio, i villaggi con poche case, la vecchia generazione che si mischia con la nuova.
Arctic spleen racconta la vita di ragazzi e ragazze, cerca di arrivare in fondo al perchè dei loro gesti “finali”.
Si alterna la voce fuori campo del regista che costruisce una riflessione potente sulla vita caduca e l’immediatezza della morte.
Arctic spleen esprime con forza le emozioni del suo autore appoggiando su una struttura di angoscia un documentario ben fatto sulla situazione degli abitanti della Groenlandia della costa est.
La condizione dell’essere umano sempre in un equilibrio effimero tra lucidità e tanto violenta quanto silenziosa esplosione dell’irrazionale.

In Arctic spleen, Casotti descrive i tratti sociologici del suo viaggio.
Tratti che vanno ad aumentare quella fortissima sensazione di sconcerto.
Attraverso interviste, viene alla luce come la Danimarca abbia un ruolo importante nello sviluppo della vita sociale in Groenlandia.
E’ il 1954 quando gli organi istituzionali danesi intervengono in aiuto della popolazione groenlandese, portando ospedali, vaccini, strutture di consumismo occidentale.
Tuttavia, è proprio con questi interventi che viene a crearsi un collasso generazionale proprio in quei villaggi della costa est: La Groenlandia pare non abbia forze per tenere il passo di questa “colonizzazione”. I suoi abitanti restano legatissimi alle proprie radici formandosi una enorme incompatibilità tra la nuova generazione e la vecchia, tra figli e genitori, nonni e nipoti.
Le conseguenze sono spaventose, l’alcolismo diffusissimo e senza età, suicidi, abusi, violenza.

Arctic spleen è un documento umanista.
Lo spleen per gli scrittori romantici era qualcosa da mettere sulla carta e da toccare sulla carta.
Per gli “abitanti” di Arctic spleen questo stato d’animo di profonda insoddisfazione e malinconia diviene gesto reale, concreto, nella vita.
Stato d’animo troppo forte e radicato che nemmeno i mesi in cui c’è il sole lo rendono più leggero – il tasso di suicidi aumenta drasticamente proprio nei mesi in cui torna il sole, dopo sei mesi di notte costante.

Arctic spleen è un documento che guarda all’umano.
Ma all’umano si aggiunge anche il “troppo” umano, per le generazioni della Groenlandia dell’est.
Il qivitoq è “colui che vaga nelle montagne”.
La stessa “struttura” sociale dei villaggi decide chi non può più contribuire ad essa.
Ci sono due danzatori e si prendono in giro reciprocamente.
Chi fa ridere di meno viene allontanato.
E’ la “danza del tamburo”.
Il qivitoq diviene un’entità soprannaturale, temuta dalle vecchie e nuove generazioni.
C’è un odio e amo nell’appartenere alla società e alla vita di questi luoghi artici, si resta legati alla propria casa che allo stesso tempo crea tumulti interiori alle genti.
Il tumulto secco di un suono del tamburo groenlandese.
Quel tamburo che, se si entra in un tribunale di quei paesi, è appeso sopra la testa del giudice.

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