brevi recensioni - cinema,  Cinema Italia contemporaneo

E fu sera e fu mattina, di Emanuele Caruso (2014)

E fu sera e fu mattina

Girato in 10 settimane da una troupe composta da trenta giovani operatori cinematografici dell’età media di 27 anni, il film E fu sera e fu mattina è stato reso possibile grazie all’utilizzo del crowdfunding.
Realizzato con circa 70.000 euro, vince vari premi tra cui Film Indipendente dell’Anno 2014.

Un evento straordinario mette in crisi Avila, un piccolo paese del Piemonte.
La sera della festa di paese si apprende dalla televisione che restano 49 giorni prima che il Sole esploda, distruggendo anche la Terra.
Alcuni abitanti di Avila tra cui un prete in crisi della sua vocazione, due ragazzi e due ragazze con sensi di colpa e difficoltà di vivere cercano di dare un senso alle loro cose – e al loro tempo.

E fu sera e fu mattina è un film sulla scelta, sulla paura del vivere e anche, direttamente e senza giri di parole, sul morire.
Un evento straordinario e inesorabile come l’esplosione del Sole – la fine del mondo, quindi – ha la forza di creare un meccanismo di paura.
Ma se l’evento non risparmia nessuno, il regista Caruso spiega anche come la paura non diventi necessariamente collettiva e non accomuni, per sentirsi meno soli e meno terrorizzati.
Gli anziani del paese sono i primi a non muoversi di fronte alla paura, restano seduti e assorti, quasi curiosi dello spettacolo tragico che sta per verificarsi.
Altri, tra cui Gianni Anna Marse e Luisa, interiorizzano questo evento e fa sì che debbano rivedere la loro vita e le loro cose. Sono persone che nella loro breve vita hanno dovuto compiere scelte di fronte ad accadimenti dolorosi. L’esplosione del Sole le accomunerà ed avvicinerà.

La fine del mondo è un lampo del cielo che ancora deve brillare.
Il suo passaggio spinge i protagonisti a un compito difficilissimo: interpretare la propria vita fino all’ultimo istante respirato, vederne tutti i tratti e gli accadimenti in un tempo, concesso, molto breve.
E fu sera e fu mattina mette l’accento sul vivere il presente, incoraggia a mettere radici sul presente e amare cosa e chi si ha intorno nel momento in cui lo si ha.

A tratti può vagamente ricordare alcuni momenti dei film di Piavoli – attenzione ai primi piani dei volti della gente di paese –  a volte Olmi – soprattutto nell’uso del dialetto – Caruso tenta  a far stare tutti – o tornare – con i piedi per terra e sulla terra.
Il prete in crisi Francesco, sente come un dovere, una spinta, “tornare” sulla terra dal momento in cui è l’unica cosa rimasta dopo la consapevolezza che Dio si è allontanato.

Film inquieto e a tratti inquietante, nell’attendere il disfacimento fisico del mondo e perdere ogni tanto i passi interiori ed esistenziali dei protagonisti forse è – a mio avviso – l’errore evidente della narrazione di questa opera prima.
E, sicuramente, l’eccesso della musica in E fu sera e fu mattina, nel risultato non riuscito di sottolineare il progressivo avvicinarsi all’esplosione del Sole e dell’umanità tutta e le paure dei protagonisti.
Il messaggio biblico-religioso – tra cui i versi della Genesi che danno il titolo al film – resta poco chiaro nella misura in cui il film a volte s’impenna di richiami all’ Apocalisse biblica e a Cristo salvatore a volte invece si adegua a un insegnamento più laico ed esistenzialista.

Resta il messaggio di Emanuele Caruso, il silenzioso sprigionarsi del tempo, il tentativo di dare un nome al proprio tempo.
Un tentativo talmente arduo che porta a una incerta e flessibile difficoltà del vivere.
Dare un nome al proprio tempo è il gioco a cui tutti sono chiamati a partecipare, il gelo – o il calore estremo – di giocare a carte scoperte, soprattutto con se stessi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.