Andrzej Wajda: gli "Emisferi" della persona
Diretto da Andrzej Wajda
Titolo originale polacco “Tatarak”
Prodotto da Michał Kwieciński
Scritto da Andrzej Wajda
Protagonista Krystyna Janda, Paweł Szajda
Musica di Paweł Mykietyn
Data 2009
Durata 85 minuti
Nazione Polonia
Sweet rush si articola in tre “strati”
– Il monologo di Krystyna Janda
– Il dietro le quinte di un film di Andrzej Wajda
– La storia del film nel film
Krystyna Janda è in una stanza, nella semioscurità.
C’è un letto, una sedia, una finestra.
Il suo è un monologo sulla precoce morte del marito, del suo rapporto con il mondo dopo la tragedia, del suo rapporto con i registi (Wajda, in questo caso) dopo la tragedia.
L’immagine creata da Wajda ricorda abbastanza un dipinto di Edward Hopper “Morning Sun”, con la sola variazione di luce; Wajda costruisce l’immagine quasi nel buio, a differenza del pittore che immerge la stanza tra i raggi solari.
Quando si interrompe il monologo, si vedono alcune immagini veloci di un set cinematografico, quello allestito dallo stesso Wajda per girare un suo film.
Il film nel film narra di Marta, malata terminale di tumore e con il marito medico, che si lega progressivamente al fascino di un giovane ragazzo, Bogus.
Ci si trova immediatamente dopo la guerra, dove si tenta di rinascere e togliersi lentamente la povere della povertà dagli occhi.
Wajda gira Sweet Rush facendo rincorrere a vicenda i due grandi emisferi dell’uomo, quello della vita e quello della morte.
Una corsa lenta ma imprevedibile.
Vita e morte si cambiano di abito, con i loro stessi vestiti.
“Non provi vergogna?” chiede Marta al marito, guardando le foto dei figli caduti e persi in guerra.
“Non provi vergogna a essere sopravvissuto?” continua.
Wajda spinge l’immagine degli orrori della guerra verso il calvario del senso di colpa.
La guerra che strappa al mondo giovani vite.
La guerra che si ciba, affascinata, del fascino della giovinezza, il fiore degli anni di tutti.
Con gli occhi di Marta – e Bogus – vecchiaia e giovinezza si mescolano in un gioco vorticoso.
La lentezza della vecchiaia torna comunque a esprimersi con sguardi fugaci, con parole non dette e accumulate sulle labbra per un improbabile bacio.
Un gioco delle coppie raffinato di tristezza, quello della giovinezza e l’oro della vita e quello della vecchiaia e il grigio della morte.
Un’ambivalenza che possiede la stessa Sweet rush, erba palustre che nel Medioevo veniva calpestata sui pavimenti delle case per renderle piacevolmente profumate.
Ma nel film la Sweet rush profuma sì di un aroma naturale, ma se spezzata emana un odore rancido che ricorda da vicino quello della morte.
Sweet Rush è un film che spezza il cuore.
Aggancia una forma di tristezza e la porta in silenzio, con cura, allo spettatore.
Importante la sequenza in cui Marta riemerge dalle acque del fiume.
Spaventata dalla morte di Bogus, annegato per raccogliere appunto del calamo aromatico – una pianta acquatica, da qui il titolo del film “Sweet rush” o in polacco “Tatarak” – riemerge dall’acqua e direttamente dal film.
Esce dalla finzione.
Perchè anche dentro la finzione, il legame strettissimo fra la vita e la morte è minaccioso.
La vita è una marcia inserita verso la morte.
E la morte aspetta di essere raggiunta.
Per Wajda, i due emisferi dell’uomo sono due entità che stanno come al di sopra dell’uomo stesso.
Ne pattugliano le emozioni.
Sotto di essi, c’è il tempo insieme all’uomo.
Il tempo che è l’uomo.
La vita che vira in morte sta nelle azioni di Marta, riemergendo angosciata dalle acque del fiume smeraldo.
E poi tornare ad immergersi, alla ricerca del corpo di Bogus
E infine tremare di freddo sul sedile posteriore di un taxi, un taxi della vita vera.



