brevi recensioni - cinema,  Horror

L’uomo che bruciava i cadaveri (1969), di Juraj Herz

Juraj Herz e la "Nová vlna"

Prepararsi, per vederlo!
4/5

L’uomo che bruciava i cadaveri racconta di Kopfrkingl, un crematore di cadaveri, possessore di una gigante camera ardente che lui ha rinominato “Il tempio della morte”.
Patologicamente affezionato – afflitto? – alla morte come risolutrice delle sofferenze umane nel mondo, si fa anche divulgatore del Libro Tibetano dei Morti, oggetto mistico che egli adora e legge e ripete le righe scritte fondamentali.
Intanto il nazismo è in totale ascesa e sta per arrivare in Cecoslovacchia, con l’unico scopo di invadere tutto il Paese.

Kopfrkingl si farà possedere dai tratti folli del fanatismo ariano, sacrificando fisicamente ogni persona ebrea intorno a lui e mettendo a servizio dell’ideale hitleriano il suo forno crematorio.

Il film di Juraj Herz sta “alla base” della “nuova onda cecoslovacca” (la Nová vlna degli anni ’60)
E’ implacabile, macabro in modo totale, il senso di terrore e dilagante angoscia costante sono puntati dritti dritti verso le ossa dello spettatore. Egli è messo a durissima prova – forse, nemmeno alla fine dello spettacolo, totalmente ripagato.

Trovandosi di fronte questo ritratto di un uomo perverso che, sdoppiandosi nella personalità, si autosostituirà al Buddha tibetano.
Lo sdoppiamento di Kopfrkingl è qualcosa che tormenta e tormenterà, dal momento in cui egli riesce a mostrarsi perfettamente solido e razionale.
Ne vediamo un esempio quando parla di arte e di pittura – che non abbandona mai – insieme a riflessioni su gesti estremi come l’omicidio, lo sterminio, la persecuzione fisica.
Entrambi i contrari – contrari estremi – coincidono nella mente di Kopfrkingl.
L’uomo che bruciava i cadaveri è un film quantomeno sconcertante, in cui cade battente una fitta pioggia di angoscie. Un’angoscia primitiva.
La descrizione che Herz fa del personaggio principale è determinata da un’ambiguità che impressiona.
Le fiamme del forno crematorio si sostituiscono all’inferno perchè, secondo Kopfrkingl, non esiste nessun scenario di paradiso o inferno alla cessazione della vita.
Ogni cosa e uomo sono destinati a tornare nella polvere da dove sono venuti.
Kopfrkingl suggerisce adorazione per il suo “Tempio della morte”: la cremazione è per lui un atto dovuto verso l’umanità perchè tramite essa le anime finalmente vagheranno nell’etere, dense di libertà e spinte a reincarnarsi in qualsiasi altro essere o cosa.

Film allucinato, allucinatorio.
Kopfrkingl cade nella tentazione “dettata” dal partito nazista di “trasformarsi” in tedesco.
Diventa, progressivamente, un Hitler di una periferia d’Europa. Nasconde il suo cambiamento con profonde parole e una devozione d’estasi per la musica classica.
Con la stessa estasi Kopfrkingl parla delle sue ossessioni: quella della destinazione dell’umanità che non è la salvezza e il ricongiungimento a Dio, qualche stanza del paradiso o gabbia dell’inferno ma solamente la cremazione del corpo.
E l’ossessione della sua trasformazione in ariano – impressionanti, su questo frangente, le scene dove Kopfrkingl si fa prelevare il sangue da un medico ebreo, al quale chiede se ci sono tratti di sangue germanico nelle sue vene.
Il dottore risponde da uomo di scienza e oppositore della follia tedesca “E’ impossibile sapere se è sangue ceco o tedesco”

Herz non si perde in troppi giri di parole.
Mette ben in evidenza che il suo Kopfrkingl è un Hitler e il suo forno crematorio la trasposizione in piccolo delle camere a gas dove avviene lo sterminio degli ebrei.
Tuttavia, l’uomo che bruciava i cadaveri non è un film di sola denuncia.
Con i suoi momenti astratti e a volte strettamente sperimentali – l’uso di diverse soggettive, gli zoom veloci, obiettivi che deformano i volti, il protagonista che parla direttamente in camera, i primi piani – e da film horror – le riprese attraverso le bare, gli omicidi compiuti d Kopfrkingl, il bianco e nero che aiuta a intravedere più spettri che esseri umani – Herz crea un’atmosfera estremamente malsana e orrorifica.

La sequenza della festa nel locale con i rappresentanti del potere nazista che si ubriacano, l’accenno a una scena di sesso orale fatto con il corpo in ginocchio sotto il tavolo di una donna, un tratto sessuale – il sesso come oggetto e non fonte di piacere e fantasie – fortissimo e spiazzante.

L’uomo che bruciava i cadaveri di Herz si impone sia per forma che per sostanza.
Una forma allucinata, una messa in scena perfetta di una vicenda sconcertante.
Una riflessione estrema non solo sulla morte ma soprattutto sulla sua “efficacia” nei confronti della vita.
Lo spettatore avverte sin da subito che la direzione dello “spettacolo” ha il suo sbocco in qualcosa di estremo e fastidiosamente profondo.
L’uomo che bruciava i cadaveri è un film deve essere visto in quanto appartenente a un cinema cecoslovacco che vuole sfondare delle porte chiuse a chiave.
Un film che merita di essere visto, solo una volta.

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