brevi recensioni - cinema

Doppia pelle (2019), di Quentin Dupieux

Molto consigliato
3.5/5

Cinema folle, un insieme di situazioni nonsense che ballano tra la commedia, il thriller e qualcosa di tragico.
Doppia pelle è un film che innalza la sua assurdità costantemente.
Una pochade piena di assenza di logica comprensibilità.

Dupieux si dimostra tuttavia molto capace nel fare il suo lavoro, la sua ultima fatica Doppia pelle gode di una densa fotografia dal marrone dominante, di belle  ambientazioni interne ed esterne e soprattutto dell’ottima performance dei due attori principali – Jean Dujardin è Georges, un uomo dal passato incasinato e dal presente tutto da scrivere; Adèle Haenel è Denise, appassionata di montaggio di cinema.
Sì perchè Georges arriva in un ostello di montagna, prenota una camera per un mese, va da un tizio che gli vende una giacca di pelle di daino e gli offre, in omaggio, una piccola videocamera digitale.
La giacca, quella maledetta.
Per Georges esiste una missione, una sola ossessione: tutte le altre giacche al mondo indossate devono essere eliminate.
Intanto, prende l’abitudine di filmare la sua giacca di daino come un trofeo da proteggere al massimo delle forze.
In seguito, registrerà anche altre situazioni fingendosi un regista, cosa che fa colpo su Denise che a sua volta è legata al cinema come montatrice (ma anche smontatrice di film famosi!).
Geroges farà di tutto per far valere – e vedere – i suoi abiti di pelle di daino, il cappello la giacca i pantaloni e gli stivali; per l’idea di finire il suo film-documentario, si spinge lontano nelle sue azioni. 

Quentin Dupieux ha la mano ferma, è preciso nella forma e fedele alla sua storia narrata fino all’ultima inquadratura.
In Doppia pelle non rincara mai la dose, vagando in quel giardino affollato e pericoloso del nonsense e dell’humour nero.
Nessun esercizio barocco, Dupieux e Doppia pelle devono stare sullo stesso piano dell’assurdo.
Ma il regista ci raggiunge, anche, con presunte riflessioni, probabilmente un fatto secondario ai suoi “Intenti” autoriali.
Quindi, le visioni che possiamo carpire appartengono alla sfera della vanità dell’uomo – e anche del cinema stesso.
Sulla vacuità della vanità.
Oppure un film sul cambiamento, questo Doppia pelle.
Cambiamento degli occhi con cui vediamo il nostro scheletro allo specchio.

Ma il grosso del materiale del film resta il rimanere in equilibrio sulle cose prive di un senso logico e su questo frangente i due attori stanno al gioco.
Così Georges instaura un rapporto polemico con la sua giacca di pelle di daino, quando essa è appesa e lui può osservarla nella sua potente bellezza.
E Denise prende sul serio le riprese di Georges che ruba le giacche a tutti quelli che incontra – in questo caso Dupieux aumenta l’attenzione di chi osserva aprendo piccoli sipari cruenti nati dalla mente folle dell’uomo.
Denise lo considera un documentario capolavoro che necessita di essere prodotto e guidato da esperti.
Georges ha il solo obiettivo di far sparire tutte le giacche degli altri, anche con violenza inaudita, videoregistrando le occasioni che si presentano.

L’occhio “terzo”, quello della videocamera di Georges, resta in qualche modo una voce per qualcosa di ancora legato alla razionalità.
Ma finchè l’uomo è dentro il suo stesso film non può accorgersi di quanto può spingersi oltre, di quanto l’abbia effettivamente fatto.

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