brevi recensioni - cinema

“La meccanica delle ombre”, di Thomas Kruithof (2016)

La meccanica delle ombre

Thomas Kruithof

La meccanica delle ombre è una “scoperta” del Torino Film Festival.
Titolo originale La Mécanique de l’ombre, 2016.

Licenziato dall’ufficio per cui lavora come contabile, Duval è un uomo che si è ricostruito uscendo dall’abuso d’alcol e rimettendo in ordine la sua vita.
Un giorno riceve una misteriosa telefonata, un’offerta di lavoro da parte di un certo Clement.
Duval accetta subito, le regole di comportamento e di lavoro da seguire sono ferree, il lavoro si svolge in un appartamento disabitato e consiste nello trascrivere intercettazioni telefoniche.
Da buon contabile, Duval inizia il lavoro con meticolosità fino ad imbattersi in una intercettazione pericolosa, in possesso di informazioni relative a cariche governative francesi, contatti illegali con altri paesi e la morte di un ministro.
Prende il via un intreccio di azioni che coinvolgono servizi segreti francesi, cariche politiche altissime e figure che dicono di essere quello che in realtà non sono.
Duval sarà accusato di omicidio, di detenzione di informazioni pericolose e importanti.
In una morsa di giochi e doppi giochi, la vita da semplice contabile si allontana sempre di più da Duval.

Opera prima del belga Thomas Kruithof, La meccanica delle ombre è un thriller bello ed avvincente.
Girato con pochi mezzi, un’idea piccola ripresa in parte dallo scandalo dei finanziamenti per la campagna elettorale di Sarkozy alle presidenziali in Francia del 2007, Kruithof dirige un’opera con tecnica magistrale, un ritmo perfetto e veloce sin dai primissimi minuti, una scrittura senza una parola di troppo, una Francia grigia e metallica come alcuni degli interni delle riprese.
La meccanica delle ombre, un thriller e un film di spionaggio conviventi e allacciati da un montaggio senza fronzoli, efficace e sottile che sembra non impegnare troppo l’attenzione.

La storia di Duval, un uomo piccolo e analogico – la sua vita scorre tra il nuovo lavoro e gli incontri con gli Alcolisti Anonimi, la conoscenza con Sara e il suo appoggio morale che le dona da ex alcolista ormai guarito, una semplice cornice di routine che serve a Duval per sopravvivere – immerso in una macchinazione devastante dove i suoi nemici hanno solo ombre e voci al telefono, hanno doppie vite e sono appesi come manichini animati lungo un’asse dei poteri forti, nascosti e terribili.
La tragedia dell’ombra di Duval e della sua vita analogica – bellissime le riprese interne, veloci, del movimento delle piccole bobine dei nastri che Duval inserisce nel lettore audio analogico – , cuffie alle orecchie e macchina da scrivere dove scorrono le pagine dattilografate.
Un contabile che adora il suo lavoro proprio perché di natura meccanica, un movimento di un corpo, al fine di tenere impegnata la testa e le emozioni, costretto a inaugurare pensieri paranoici per la sua mente mentre il gioco delle ombre di fa fitto e rischioso.
Costretto a un gesto estremo, per finire di nuovo, nella sua routine piccola e senza sbavature.

La meccanica delle ombre è una “scoperta” del Torino Film Festival, una grande interpretazione di Francois Cluzet che prende i panni di un personaggio caro agli occhi di Hitchcock: un uomo consueto, normale, vittima di una macchinazione.
Ottima prova di Thomas Kruithof, un’opera prima coinvolgente, solo in apparenza piccola, dove la denuncia agli intrighi di governo è ben spalmata nelle azioni del film, dove le ombre a volte pare abbiano un nome, due gambe, due braccia, una cravatta e un’arma da fuoco.

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