brevi recensioni - cinema

Kreuzweg – Le stazioni della fede (2014), di D.Bruggemann

Molto Consigliato
3.5/5

"La gabbia spalancata della religione" e la "santa anoressia"

Maria si abbandona completamente a un estremo sacrificio religioso.
Di famiglia rigidissima e cattolica fondamentalista.
Ha un fratellino di quattro anni che non parla, una madre ferocemente devota, un amico di nome Cristian che la riporta, per alcuni istanti, a una vita da essere umano – in carne ed ossa, anche – mossa da emozioni della pubertà, mossa da sentimenti umanamente riconosciuti – e riconoscibili – da tutti.
Ricoverata infine in un ospedale perchè fortemente malnutrita, Maria continuerà a mostrare la sua sofferenza verso l’esterno, mentre all’interno resterà in apnea emotiva e spirituale.

Kreuzweg – Le stazioni della fede è un film dove il senso di colpa è portato ai massimi livelli, oltre l’atmosfera terrestre per divenire una lacerazione d’animo e corpo senza forza di gravità.
La religione come gabbia spalancata verso un tragitto finito, infinito forse in presenza di Dio.
La religione vissuta come un puzzle di cristallo finissimo: tolto un pezzo tutto crolla.
Al cospetto di questa devastazione si mostra invece un mondo fatto di cose, persone, esseri umani, amici e amiche, musica, passioni e sentimenti.
Ma è un mondo scomodo, urticante come cilicio.

Dietrich Bruggemann dirige Kreuzweg – Le stazioni della fede componendo un quadro di quattordici “fasi”, le stazioni del titolo.
Sono le fasi dell’avvicinamento definitivo di Maria verso Dio.
E sono quattordici piani sequenza di precisione al millimetro, asciutti e totalmente immobili.
Con il risultato di incapsulare un senso di oppressione, come quello sofferto da Maria nel suo sacrificio.
Non è l’occhio di Dio a sostituirsi alla macchina da presa immobile.
Forse è, invece, un occhio completamente umano che osserva sbarrato e senza parole la “discesa verso il paradiso” di Maria.
In Kreuzweg – Le stazioni della fede si assiste anche a un velo interrogativo posto dal regista.
Un dubbio silenzioso sulla giovane ragazza.
Ovvero, quanto sia la paura di vivere la vita a seconda dei dettami umani della vita o quanto sia affascinante il dolore che provoca la via verso Dio.

Perchè Dio è dolore, qualcosa di ustionante e muto.
La preghiera non fa collassare l’angoscia ma la amplifica, equalizzandola a frequenze stazionarie di sofferenza.
E’ la battaglia interiore, de-finita da e verso Dio, di Maria che non avverte il pericolo infinito della morte nonostante sia l’unica, vera realizzazione delle estreme fedi religiose.

Il macigno insonorizzato che sostituisce il cuore della madre di Maria è reso quasi grottesco quando lei viene a sapere che la figlia canterebbe volentieri in un coro di brani di Bach e gregoriani.
Soprattutto nel momento in cui la figlia le confida che potrebbero cantare anche canzoni gospel e soul – che la madre ripudia definendoli “musiche demoniache” e confondendo allo stesso tempo e senza vergogna il gospel con il jazz..

Infine, agghiacciante – e fondamentale – la scena della scelta della bara da parte della madre e del padre, in un asfissiante locale di pompe funebri.
La madre di Maria pretende una bara bianca che simboleggia e ricordi la figlia come un’anima beata.
Il volere, da parte della madre, l’atto di beatificazione della figlia impone un’amnesia disturbante che nega l’accesso ai sentimenti che invece piangerebbero la povera Maria, morta di quella “santa anoressia” che è il rifiuto completo della trasformazione del proprio corpo.

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