"Muffa" , l'immobilità della distanza
Muffa è l’opera prima dell’esordiente Ali Aydin.
Ambientato nel periodo che proviene dal conflitto curdo-turco della fine degli anni 80.
La Turchia mette in pratica una lotta cruenta contro il terrorismo e la tragedia dei desaparecidos curdi è alla follia.
Tra il 1987 e il 2001 innumerevoli casi di sparizioni, esperimenti tra la popolazione civile da parte del governo turco.
Film lento come il passo di un uomo che cerca qualcosa che non si vede, qualcosa che non si trova nel paesaggio circostante, qualcosa che a fatica rientra come immagine dissipata nella sua memoria.
Lento, come una ricerca nel vuoto.
Turchia, 2012
Basri è un custode ferroviario.
Attende da un tempo lunghissimo una risposta dalle autorità turche alle sue petizioni, al fine di avere notizie sulla scomparsa di suo figlio reo di aver manifestato contro il governo.
L’attesa dura da diciotto anni.
Mentre cammina sule rotaie dei treni, tutto si fa più evanescente e silenziosamente assurdo per Basri.
La costruzione del film avviene tramite una macchina da presa praticamente sempre fissa.
Muffa si nutre di pochissimo movimento e molta distanza dai soggetti.
Aydin resta spesso lontano dal protagonista, esiste quindi un “vuoto” tra chi guarda Basri e Basri stesso.
Una sottolineatura della distanza sconosciuta e aritmica tra il figlio scomparso e il padre.
Una inquadratura che vede foglie di un albero sfocate in primo piano e, più distante, l’uomo: la distanza è una costante e una chiave di lettura.
La distanza che mostra i suoi vari volti tra cui anche la mancanza.
La destinazione che si è prefissato Basri non è precisa e si manifesta come assurdità esistenziale proprio al cospetto del lungo tempo trascorso nell’attesa del figlio.
Una ricerca nell’ignoto di qualcosa, una secca dell’esistenza.
Esattamente come le rotaie dei treni che Basri controlla tutti i giorni per lavoro.
Esse sono mostrate come indefinite e senza destinazione, procedono verso un qualcosa di ignoto e, forse, inesistente.
L’attacco in sottofondo del regista verso le autorità governative si aggiunge come descrizione ulteriore della mancanza.
In questo caso, la mancanza è la colpa grave di non adempiere ai propri doveri, sociali e politici.
L’arroganza silenziosa delle autorità verso la gente comune, il non esserci alcuna forma di aiuto e solidarietà.
Basri è dunque sospeso, né vittima né colpevole.
La sua è una musicalità della solitudine, descritta con un suo lungo monologo in piano sequenza – quasi quindici minuti di camera fissa in interno – con il funzionario del governo Murat.
Muffa racconta una storia silenziosa, sul silenzio del dolore e procurato dal dolore.
La cinepresa ferma di Aydin pone un limite che è obbligatorio rispettare anche da parte dello spettatore.
Un limite che descrive una distanza che diviene lontananza.
Una storia umana di mistero che non è dato conoscere (la sparizione del figlio) e una storia umana di distanza (Basri stesso) al quale non è possibile avvicinarsi, come se fosse presente in lui un cuore che non pulsa.
Aydin è davvero dotato di grande bravura e visione profonda del mondo.
Uno stile prezioso e minimale allo stesso tempo, con il rischio di essere sommersi nella metafisica.
Aydin la evita con un film personale e sentito.
La fotografia illumina colori marroni come legno marcito sotto la pioggia e come il freddo sostegno delle ruote dei treni.
Suggestivi anche i momenti notturni, qualche luce al neon e campi larghi con dettagli di panchine e cabine di guardia ferroviaria.


