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Takara – la notte che ho nuotato (2017), di D.Manivel & K.Igarashi

Takara – la notte che ho nuotato
 
“un piccolo Haiku contemporaneo
in immagini”

Regista: Kohei Igarashi, Damien Manivel
Genere: Commedia/Drammatico
Anno: 2017
Paese: Giappone, Francia
Durata: 79 min

Molto consigliato
3.5/5

Takara – la notte che ho nuotato è un film silenzioso.
Non è dialogato, un racconto ovattato.
Gli autori D.Manivel e K.Igarashi rendono immobili le riprese, scene precise millimetricamente senza dimenticarsi dei colori soprattutto quelli dei piccoli abiti di Takara.
Ogni inquadratura è romantica e minimale allo stesso tempo.
La neve è in caduta costante.
E’ tutto bianco, un bianco che fa “compagnia” e riflette meglio gli altri colori presenti.

C’è un piccolo antefatto.
La notte stessa, infatti, il bimbo non ha ripeso sonno, svegliato dal padre che si prepara – l’alba è ancora lontana – per andare a lavorare al mercato del pesce.
Takara improvvisa con la propria insonnia e fa un disegno.
Ma il sonno sarà ancora più scaltro di lui.
Takara diviene il protagonista di una soffice odiessa, un piccolo viaggio solitario, proprio quando si rende conto di essere rimasto indietro con il gruppo che deve entrare a scuola.
Takara cammina, fa pochi incontri.
Risponde con un abbaio a un piccolo cane, raggiunge una minuscola stazione ferroviaria.
Sale sul treno che appare disfare blocchi di ghiacciai, scorrendo lento tra la neve.
Takara arriva a un centro commerciale, entra per scaldarsi, riguarda il disegno che ha fatto.
Titenta di recarsi al mercato del pesce ma lo trova abbandonato; si rifugia in un’auto  parcheggiata lì fuori e si addormenta.

Takara – la notte che ho nuotato è un film che, nonostante il bianco della neve, ha piccoli dettagli in ogni inquadratura fissa ed è ordinatamente colorato.
Il bianco incessante della neve è sia descrizione della natura di quelle zone montuose del Giappone sia una scelta stilistica perchè proprio la neve cessa di essere colore e diviene pura presenza scenica.
I due registi Manivel e Igarashi hanno una sensibilità notevole, si “abbandonano” a creare un film riprendendo con gioia le “gesta” di un bambino giapponese.
Fanno muovere Takara mentre cammina lungo il bordo innevato di una strada trafficata, arriva anche in un centro commerciale dove il suo obiettivo primo e innocente è scaldarsi e rivedere il disegno – quel disegno fatto di notte e che decide di volerlo portare di persona al padre.
Takara passa tra le cose del mondo senza conoscerle, forse, ma come se invece le avesse sempre viste, ogni giorno.

Con Takara – la notte che ho nuotato Damien Manivel e Kohei Igarashi assecondano con le immagini quel “modo” di fare poesia dell’Haiku: quello che vale dal punto di vista letterario – pochi versi, nessun fronzolo letterario, un significato illuminate al suo interno, la forza suggestiva della natura – vale anche per l’approccio filmico dei due autori.

Il padre di Takara si alza tutte le mattine che fa ancora buio.
I riflessi di luce vengono rimbalzati dal lampione alla neve e poi in casa.
La cucina è in penombra.
Lui fuma sempre due sigarette nel semibuio della stanza, si sente lo strofinio dei pantaloni e della giacca pesante da lavoro.
I due mondi contrapposti – adulto, bambino – ha in queste scene la sua sottile messa in scena.
Così, l’adulto-papà è in fase di rappresentazione tramite la cucina piccola,deserta, silenziosa, come quella routine così ostile, come quel tempo passato al lavoro così pesante e nostalgico.
Dall’altro lato, l’avventura che ci mostra Takara è un “salto” di vita rappresentato dall’ambiente aperto, dalle strade, dalle auto, dalle prime colline innevate.
Porte spalancate al mondo, quelle di Takara.
E i registi fanno la scelta che il loro film sia più vicino a un haiku che a un piccolo trattato tra psicologismi infantili e psicologismi dell’età adulta.

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