brevi recensioni - cinema

Mommy (2014), di Xavier Dolan

Mommy

Premio della Giuria al  67esimo Festival di Cannes.

Film bellissimo, intelligente, ricco di parole, dialoghi esaltanti, scene toccanti e splendide invenzioni visive.
Mommy è pieno d’amore e di contrasti al dolore.
Ciascuno dei personaggi, come immersi in una apnea quotidiana, cerca di non scappare dalla propria vita tormentata.
Ognuno cerca di livellare la sofferenza e il tormento con le proprie forze e i propri limiti fino a renderli accettabile.

Steve (Antoine-Olivier Pilon)

Steve è un ragazzo ipercinetico e con ritardi di apprendimento e attenzione.
Alle crisi più profonde il disagio si trasforma in violenza fisica, verso gli altri ma anche verso se stesso.
Diane è la madre, vedova, alla ricerca di continui stimoli che sovrastino la frustrazione, la mancanza di un lavoro fisso e la mancanza del padre, che cerca di condividere una possibile vita con il figlio.
Infine Kyla, una insegnante in anno sabbatico e la vicina di casa, che si affeziona a Steve e Diane e pare riuscire a portare un equilibrio sottile nel ragazzo.

Xavier Dolan cerca di stare alla larga dal tema del disturbo mentale e da facili sentimentalismi.
Tratteggia il personaggio di Steve come di un ragazzo che oscilla tra momenti di autentica felicità del suo profondo carattere a momenti di autentica sofferenza.
Dolan lo riprende come fosse un “esercizio” di realismo e Steve è completamente immerso nella realtà quotidiana, la conosce e la interpreta.
Quando la realtà diventa soffocante, allora cominciano le crisi.
Su questo tema del soffocare quotidiano si apre il punto in comune per i tre personaggi, il cardine sul quale si appoggia Mommy: la libertà.
Steve, Diane e Kyla sono tutti alla ricerca di libertà. Non una libertà filosofica bensì una ricerca di qualcosa che possa dare tregua alla quotidianità che fa soffrire e toglie il fiato.

Con Mommy, Dolan costruisce un film splendido, carico di elementi e il loro diretto contrario – la tenerezza e la violenza; il ballo liberatorio e il pianto di frustrazione; la vita nel nuovo quartiere e le sbarre degli istituti psichiatrici.
La direzione degli attori è magnifica come la loro stessa  prova.
In particolare, il rapporto viscerale che lega Steve a Diane, un rapporto che a volte supera il limite madre-figlio per caricarsi di una forza quasi erotica – ma comunque fuori da un qualsiasi concetto mitico.
Un rapporto che vaga tra l’estremo e il normale, due caratteristiche polari che Dolan gestisce benissimo.
La luce soffusa soprattutto degli interni fa da spalla alla scelta registica di riprendere con inquadratura quadrata per sorprendere lo spettatore, incuriosirlo con un solo spicchio di realtà e  con un senso claustrofobico. Di apnea, appunto.
Mommy è un film sosprendente, Dolan dimostra il suo talento naturale e il fatto che abbia le idee piuttosto chiare, rischia – ma non troppo – di sforare in tecnicismi come l’uso del ralenty e le sequenze – comunque bellissime – da videoclip.
Un film da vedere, anche due tre volte. Un film consigliatissimo, a tutti.

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