brevi recensioni - cinema

Yesterday (2019), di Danny Boyle

Solo da assaggiare
2.5/5

Film per grandi e grandissimi.
Film per piccini, ma non troppo.
E’ così probabile che entrambi, grandi e piccini, cantino insieme le canzoni dei Beatles.

Per i più non classificabili: sentirete per la prima volta le canzoni dei Beatles.

In una notte turbolenta, Jack sta rientrando in casa con la bicicletta.
Inevitabile lo scontro, dove Jack riporta la rottura di due denti canini e altre piccole commozioni.
Jack Malick stava facendo la strada d casa dopo l’ennesima performance musicale in un piccolo locale vicino a Liverpool che improvvisamente e istantaneamente un black out generale di pochi secondo segna la vita sì di tutti, sì di Jack Malick.
Perchè da quel momento preciso in poi, il mondo si è dimenticato dei Beatles.
Con la sua passione per la musica e i Beatlessopra tutti,
Jack si appropria delle canzoni della band e rendendole pubbliche come sue.
L’eterno successo è dietro alle porte.

Danny Boyle avrà speso una vagonata di soldi per realizzare il suo ultimo film Yesterday.
Di certo, resta un gran mestierante e sa dove mettere la macchina da presa.
Anche la fotografia è ben delineata, in particolare in quei momenti dove Jack si esibisce nei locali e negli spazi musicali grandi.
Luci al neon viola e gialle, a volte si mischiano perfettamente ai pannelli insonorizzanti degli studi di registrazione dove Jack lavora incidendo.

L’idea che è alla base di Yesteday è un’idea che strappa il reale della commedia, dai modi paradossali e in alcune situazioni esilaranti – tra tutte, i genitori che vogliono sentire la nuova canzone del figlio; al chè Jack inizia con Let it be ma non fa in tempo a continuare vendendo sempre disturbato o dagli ingenui genitori a da qualche amico loro che arriva a trovarli. Così, sembr che Let it be si destinata a non nascere…

Grande sostegno di tutti gli attori, molto bravi, da Himesh Patel a Lily James (prima, storica manager di Jack e intimissima amica) a Kate McKinnon (la manager di Jack al successo).
Meno lodevoli gli scrittori e a volte proprio Danny Boyle.

La sceneggiatura di Chris Cummings (sceneggiatore e regista britannico) non gioca di sottrazione anzi porta la pellicola vicino alle due ore.
Il film dura ca 1 ora 50 minuti, con 40 minuti in meno Yesterday sarebbe “tornata a casa” sana e salva.

Altro punto – che sta sulla lunghezza del film ma anche nei risvolti narrativi – è quello che Boyle doveva fare e non strafare, con gli interstizi amorosi, adolescenziali, fino al rischio limite di perdere il suo film.
Come abbiamo già accennato, in questi casi Danny Boyle tenta di riacciuffare l’idea di partenza inventandosi l’idea dell’esistenza di due persone, un uomo e una donna, che ringraziano Malik per le canzoni che loro ricordavano. Yesterday resta una bella commedia.
Ma che dopo vista è forse necessario rifarsi gli occhi con il White Album (quello vero!)

La prima cosa che Danny Boyle vuole suggerire è chiara in una frase di una signora
Il mondo senza i Beatles è un mondo infinitamente peggiore “.
Yesterday accudisce a braccia aperte i quattro di Liverpool divenuti poi una rock and roll band più importante di tutta la storia della musica.
Boyle riflette, tra le righe, anche di un vento andato via tanti anni fa.
Quell’astro magnifico e magnetico che passò su alcune teste di giovani musicisti alle prime armi
Un vento sorpassato ma artisticamente miracoloso, quello del ’68 in Inghilterra come in America.

Il personaggio Malick, in Yesterday, è quello che subisce più di tutti l’inarrestabile delle produzioni major mentre lui propone – come suoi – Something, Strawberryfields forever e altre.
Diventa così talmente popolare che anche in questo caso Boyle ci insegna a inserire passaggi azzardati: Malick resta davvero una vittima.
Ma nessun attacco al potere, gli scagnozzi dei produttori sono solo scagnozzi dei produttori.
La cosa peggiore è la terra sotto i piedi che sta man man disintegrandosi ai piedi di Jack.
Yesterday non perde ritmo – se non altro per le scene girate con dialoghi tra Malik e Elie che spezzano il ritmo in modo un po’ brusco.
E’ il caso di accennare campo e controcampo molto veloci tra i due protagonisti che un po’ male al cranio fanno – ma si sofferma di più nelle azioni del protagonista, chiamato a mantenere “una falsa identità” che dura, fluttua.
Ma vengono cose problematiche: i produttori con accettano il nome White Albun (riscritto e inciso da Malik), cominciano ad obiettare per il disco Abbey Road e Sgt.Pepper.
La storia, pur consapevole di avere un pezzo mancante venuto da Liverpool, non si ferma e il fischi mozzafiato dei soldi fano a prire le orecchie bene a tutti.
Sempre, ancora, non per Jack Malick.
Egli è già su due strade che hanno tornanti diversi.
La strada di Malik non è quella da artista, già resa pesante da un sentimento di colpa per aver “rubato” le canzoni dei Beatles ma anche alla sua cara Ellie.

Malick resiste contro la propria persona , il solco tra apparire e essere può fargli del male.
Perchè l’essere si dispiega, proprio nella sua vita fatto di passato e presente.
Finale che resta commovente e richiede forse una lacrima è, anch’esso, un finale di paradosso, di come il mondo abbia sete di paradossi e caos.
Non per Jack e Ellie.

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