brevi recensioni - cinema

Il cavallo di Torino (2011), di Béla Tarr

Il cavallo di Torino

Un messaggio di un’oscurità che, arrivando alla fine, rovescia quello che è un possibile rimando alla Creazione.
Non all’inizio bensì alla fine si presenta l’oscurità e niente nasce da essa, da essa tutto si ferma.

Il cavallo di Torino si propone in sei giorni che si susseguono tra un padre e sua figlia.
Lui ha una paralisi al braccio destro, viene aiutato dalla figlia a vestirsi; lei prepara il pranzo e la cena, raccoglie l’acqua dal pozzo.
In una terra martoriata dal vento, un turbine d’aria senza interruzione.
Il loro cavallo – Ohlsdorfer, l’uomo, è un vetturino – anticipa in silenzio liturgico il loro destino, smettendo di mangiare e bere.
Il titolo Il cavallo di Torino – in originale ungherese “A torinói ló” – è preso da un episodio della vita di Nietzsche, nel periodo ultimo della sua vita compromessa da un inizio di malattia e follia.
Un cocchiere lungo la strada sta frustando violentemente il suo cavallo.
Nietzsche interviene, abbracciando e baciando l’animale, per poi mettersi a piangere.

Il cavallo di Torino è un film pieno di una inquietudine polverizzante.
Il senso di angoscia che cresce esponenziale è un’angoscia secca, prosciugata e prosciugante.
L’abbandono di Dio è chiaro, lancinante come il grigio della polvere alzata dal vento, e senza rimedio come il pozzo d’acqua che si svuota, dalla notte al giorno.
– La mancanza di Dio: qui si potrebbe intravedere una piccola parte della filosofia di Nietzsche, la morte di Dio, qui spogliata dalla sua caratteristica di descrivere l’uomo come responsabile delle proprie decisioni e spogliato dalla veste opprimente dei vincoli della religione e intesa nella sua forma più semplice e umana di “solitudine totale degli esseri umani”.
Nel corso del film ,Tarr non approfondisce ulteriormente il legame tra il suo messaggio e quello del filosofo tedesco –
Pochissimi sono i dialoghi, tra cui una comparsa dell’amico Bernhard che viene a far visita a Ohlsdorfer perchè ha finito la palinka e dal quale vengono parole di acuto pessimismo per il mondo e la sua deriva malvagia.
La povertà di ogni cosa che appartiene ai due protagonisti fa seccare la bocca a chi sta osservandone i gesti, piccolissimi gesti che appaiono come rituali religiosi, in una terra selvaggia inorridita dal silenzio di Dio e degli dei.
L’ impressione è che nessuno respiri all’interno delle immagini, che la bufera di vento incessante sia una lama di lamento interiore dei protagonisti.
Lo stesso vento solleva polvere e piccole foglie, creando una sorta di “fallout” nero che si sposa con il grigiore dei vestiti dell’uomo e della mantella della donna.

Béla Tarr dà vita a Il cavallo di Torino – co-diretto da Ágnes Hranitzky –  come un film assoluto, totale.
La sua ultima opera desidera essere la summa di una vita trascorsa dietro l’obiettivo della macchina da presa.
Ma quello che accade nel film è ben altro che l’insieme completo di un’esistenza di immagini.
Perchè Il cavallo di Torino è una riduzione ai minimi termini della sua visione della condizione umana.
Come per il cavallo in un silenzio febbrile, una summa smagrita, disturbata, un’alterazione umorale liturgica.

Tarr viene a creare un rapporto stretto, diretto e folgorante con lo spettatore.
L’uso del piano sequenza che ritrae e segue i due personaggi fino a rimanere con l’inquadratura fissa su un dettaglio mentre si allontanano, ne è un esempio.
Le stesse immagini vengono poi suggerite in altre angolazioni come a sottolineare la ciclicità delle azioni del padre e della figlia. Un destino umano implacabile, tiranno, che non muterà ovunque lo si osservi.

Ne Il cavallo di Torino la musica ha un ruolo dominante.
Il motivo sonoro è sempre lo stesso per tutta la lunga, lenta durata del film.
Il tema dei violoncelli è costante e uguale, rafforzato da un arpeggio di organo.
Risultato: una marcia funebre o, meglio, una preparazione a una marcia funebre, come fosse la voce degli ultimi angeli del cielo abbandonati da Dio.
In ultimo la luce, un bianco e nero rigoroso e composto maggiormente da un grigio cenere.
Un uso quasi sperimentale della fotografia che passa dal buio totale alla fioca luce di lampade a gasolio e del fuoco acceso dentro una stufa costruita con sassi.
Quando l’inquadratura – dall’esterno segue le azioni dell’uomo che rientra in casa – si ferma sulla porta chiusa e la finestra, il volto fisso della donna dietro ai vetri appare spettrale, forse più che spettrale.

Il cavallo di Torino è un altare ultimo dove si compie il destino dell’uomo.
Un tavolo da cucina in legno scavato dove il padre e la figlia si cibano solo di patate lesse.
Per poi alzarsi e guardare fuori dalla finestra come fosse un televisore maledetto di cenere.
Infine, si addormentano non riuscendo più a controllare l’oscurità che prende il potere assoluto, quando anche l’acqua del pozzo scompare dalla loro vista.

L’ultimo film di Béla Tarr, congedandosi dal cinema, è da vedere.
Da vedere una volta nella vita, una volta e per sempre, una volte per tutte.
Non è un film per gli appassionati del genere.
E’ un film per tutti dove il regista traccia la sua descrizione definitiva della fine dell’uomo.

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