brevi recensioni - cinema

Thelma (2017), di Joachim Trier

Thelma: l'implosione del "diverso" e lo sconvolgimento d'amore

Con un inizio in flashback, Thelma è un film profondamente perturbante, allarmante per i temi profondi che viene a trattare.
Il thriller psicologico su cui si basa apre poi le porte a segnali horror.
La costruzione in salita di inquietudine e sconcerto avviene da parte del regista Joachim Trier sotto una pallida luce che bagna Oslo e le sue case fredde.

Thelma è una giovane ragazza timida, trasferitasi da poco in un campus universitario per studiare biologia.
Con le prime conoscenze e amicizie, lei inizia a soffrire di strane convulsioni che , a primo avviso, sono attribuite a una patologia di base epilettica.
Tuttavia, le risposte mediche non sono chiare né risolutive.
Accadono fatti misteriosi, Thelma è chiamata a rispondere alla sua sofferenza che cresce costante, con al suo fianco l’amica Anja e, successivamente, l’intervento dei genitori.

Thelma è la portatrice della forza di un male che sta ben radicato nei fondali della sua sfera interiore, una forza potente e sconosciuta che si impone nel non farsi attribuire un nome.
Joachim Trier dispiega le energie per affrontare tematiche che si appoggiano piano sulla coltre della psicoanalisi che, come un faro, potrebbe illuminare un denso dramma esistenziale.
Thelma è una “diversa”, porta con sé il dramma di non riuscire a plasmare in modo pacifico la spinta interiore che porta a sentirsi/essere diversi.
Il suo essere diverso diventa un involucro dentro il quale prendono vita tutte le sue azioni, avvolte ciascuna da un involucro.
Un involucro nell’involucro.

Uno strato-involucro appartiene alla famiglia.
Thelma ha genitori – in particolar modo nella figura del padre – profondamente credenti, una spinta vocativa religiosa che sarà solo di danno per loro e per la figlia.
A questa caratteristica, si fonde la difficoltà di Thelma di crescere e prendere distacco dalla famiglia stessa, intraprendere strade diverse per tentare di divenire sé stessi.
La prigione della prigione”, un altro strato-involucro della relazione tra Thelma e la sua famiglia.
In questo caso, i genitori sono come imprigionati dalla loro stessa paura di riconoscere nella propria figlia un essere a sé stante, con volontà di crescere a cambiare, con le proprie abilità e disabilità.
Dalla reazione a questa paura nasce quindi anche la prigione di Thelma, composta da sensazioni di isolamento e sensi di colpa.

Trier affronta il tema dell’amore inteso come primo sconvolgimento amoroso.
La protagonista si sente sempre più attratta dall’amica Anja e l’amore omosessuale si dispiega in due risultati: quello dello sconvolgimento di anima e corpo in un richiamo
dionisiaco; quello di un peso ulteriore che va a soffermarsi sul senso di colpa rivolto verso i genitori.
Dalla prima, vera esperienza d’amore, si alimenta come il fuoco con l’ossigeno la natura vera e profonda di Thelma di “impossessarsi” delle cose e delle persone fino a poterle “nasconderle” e, purtroppo, anche “distruggerle”.
Questo è il dramma di Thelma, una forza innata sconosciuta con cui interagisce per “modificare” gli eventi che la circondano, allontanare le persone che la sconvolgono.
Ma anche mettere al riparo chi rappresenta un amore.

Il regista Joachim Trier dirige e firma un thriller enigmatico di grande respiro.
A tratti con l’uso della soggettiva enfatizza “gli occhi” della protagonista dando sottolineature alla sua sofferenza ma anche alla sua carica onirica ed erotica.
Inoltre, soprattutto nella prima fase del film, la soggettiva pare introdurre la presenza di “qualcuno” che non vederemo mai ma che osserva Thelma da lontano, dai tetti delle case o dalle finestre di un appartamento.
La macchina da presa ci suggerisce una geometria precisa e ferma delle inquadrature sovrapponendosi all’elemento ricorrente dell’acqua – la piscina dove Thelma va a nuotare e che diviene a volte una vera e propria prigione– che si incarica, elevandosi a simbolo, di rappresentare la sfera interiore profondissima di Thelma.
Racconto surreale, spesso condito dai sogni “improvvisi” di Thelma per suggerire allo spettatore di “socializzare” con lei e quindi di “schivare” una narrazione lineare, come avviene per il distacco di Thelma stessa dalla realtà.
Il ricorrere a flashback concede a Joachim Trier di estendere l’enfasi e la suspense intorno all’incerto rapporto con i suoi genitori.
Per mezzo del ritorno al passato, Il regista ha modo di rappresentare quello che potrebbe essere una “rielaborazione di un lutto” della vita di Thelma.
Il flashback concede una forza improvvisa alla narrazione, potendo dire che è il lutto stesso a rielaborare Thelma.

In questo frangente emerge quell’ ambiguità della figura del padre: Trond, infatti, è sia medico che fervente cristiano.
Consapevole della “forza” di Thelma – che lui chiama il male – abuserà delle sue conoscenze mediche e della parola di Dio per esercitare un potere di coercizione sulla figlia e il suo potere “paranormale” – eseguirà quindi una “sedazione forzata” anche a base di farmaci, convinto che lo stato di apatia indotto possa arrestare quella forza dannata che Thelma possiede ma che non è altro che la sua natura dannatamente umana e volta ai singhiozzi della paura di sé stessi e delle proprie azioni.
L’elemento paranormale consiste in quella strada segnata dall’assenza di normalità che Thelma cerca di rovesciare, prendendo coscienza di sé soltanto una volta tolte le barriere cilindriche della religione e della famiglia.
L’elemento religioso, invece, si mischia con quella disciplina categorica che è la scienza medica.
Il soprannaturale si manifesta nel rapporto tra la figlia e il padre.
Nella collisione tra religioso e scienza nasce quella condizione “ormai umana” di Thelma, condizione che si normalizza quando le catene emotive si sciolgono e lei ha la libertà di fuoriuscire da un tunnel nero per entrare in un altro, decodificato dalla vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.