brevi recensioni - cinema

Nebraska (2014), di Alexander Payne

"Nebraska e il cuore polveroso di Woody Grant"

Da vedere!
4.5/5

Nebraska è un road movie in bianco e nero sulla voglia silenziosa di compiere un viaggio nel silenzio del proprio passato.
Film sulla difficoltà di vivere, sulla fragilità del proprio presente e sulla memoria ormai evaporanda del proprio passato.

Woody Grant è convinto di aver vinto alla lotteria.
Non vuole prendere in considerazione nemmeno per un istante che il tutto sia una truffa, vecchia come il mondo, tesi sostenuta dai suoi due figli e dalla moglie.
Inizia quindi un viaggio verso Lincoln, nel Nebraska.

Alexander Payne dirige Nebraska facendo confluire a tutta l’azione un gruppo di personaggi.
Solo in apparenza – e con una quasi compiaciuta empatia per il dinoccolato Woody – un film incentrato su un solo caratterista.
E’ un film corale quindi, nonostante la malinconica presenza del grande Bruce Dern nei panni di Woody Grant.
I dialoghi sono ben scritti e aiutano anche a creare un opposto alla vena nostalgica del film, con alcune battute e scene divertenti ai limiti di un surrealismo pacato.

Nebraska è un racconto senza eroi, solo persone ai margini della società e della vita, nel corso anche della propria fase di anzianità.
Payne tiene d’occhio bene il suo film senza farlo cascare nell’ovvia e noiosa storia di reincontro tra padre e figlio.
Anzi, proprio questo reincontro resta ai margini della narrazione, inserendosi tra le azioni dei protagonisti.
Tutto quindi funziona bene in Nebraska, nella sua travolgente semplicità di messa in scena, non forza la mano in riflessioni troppo esistenzialistiche ed evita la deriva sensazionalistica del “bianco e nero d’autore”.
Trova la sua via per passare lo schermo come un film comunque profondo, comunque capace di far ridere, nel gioco dell’ambiguità costruito intorno a un pezzo di carta che dice a Woody di essere diventato milionario ma che deve riaffrontare un passato di persone, amici, colleghi che ormai non vede da tanti anni.

Proprio dal riaffronto con il passato Nebraska racconta due Americhe.
La “prima” America che mai è cresciuta di carattere, personalità e di valori, quell’America che non riesce a scrollarsi di dosso le menzogne e banalità – chi crede che Woody abbia veramente vinto tutti quei soldi fa nascere sentimenti contrastanti, invidie e vecchie invidie, competizioni e vechie competizioni. La forza sovrannaturale del dio denaro.

La “seconda” America è quella che sta al gioco ma che vede il gioco con la giusta dose di realismo.
Quell’America proprio di Woody che ha visto la guerra di Corea, ne ha toccato il dolore, ha vissuto credendo nella sincerità d’animo degli altri – e della propria.
Woody descrive quell’America che sta al gioco pur sapendo che più corto è il gioco meglio è; scandagliata dai propri sogni anche in piena vecchiaia, tenere gli occhi aperti per sognare ma non troppo.
Un legame appiccicoso con la malinconica realtà.
In Nebraska, Woody vuole forse sognare un altro po’ ad occhi aperti, forse per allontanare la paura della morte, forse per sopportare una consapevolezza di una vita vissuta non troppo a fondo nella sua possibilità di felicità, di una vita nebulizzata dall’alcolismo di Woody.

Attraverso la vincita fasulla alla lotteria, Payne vuole mostrare allo spettatore un sogno spezzato – uno dei tanti – o la conferma di una realtà dura e invidiosa?
Probabilmente entrambe le cose le quali generano un fattore fondamentale di malinconia e anche di dolcezza, trasmesse da un grande Bruce Dern maldestro e che si muove quasi barcollando cercando di non sentire il peso degli anni e delle frecciate acute di una vita trascorsa nella fatica.

Un piccolo gioello del cinema contemporaneo che riesce a non prendersi troppo sul serio.
La vicinanza alla morte è trattata con maestria, fatta filtrare attraverso gli sguardi silenziosi di Woody che risponde al figlio come farebbe un sordo, con fare interrogativo.

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